Il mistero dell’Isola Prima, capitolo XI: “Ndemba il divino”

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CAPITOLO XI
– Ndemba il divino –

– Giorno ventesimo –

Ieri notte non sono riuscito a riaddormentarmi, non ho chiuso occhio neppure un minuto. Dio, che male in tutto il corpo, che dolore indescrivibile nel petto. Non posso aver sognato ne son certo, ero desto eccome, e quello che mi ha reso molto triste, è non aver potuto sapere se il mio angelo veramente era venuto a cercarmi, perchè, e quale messaggio, avesse in caso da riferirmi. Poi, ripensandoci, un’altra cosa. Sindakè aveva uno sguardo triste, adombrato, sofferente, sembrava che mi sfuggisse come per paura di dirmi qualcosa. Mi ripeto che non poteva essere lei… e nello stesso tempo sono sicuro di quello che ho veduto… ma come può una ragazza tanto giovane arrivare fin quassù, impossibile…. eppure non dormivo, e non era un sogno ne son certo, forse un’apparizione dovuta a qualcha magia… chissà….
Fra mille e molti altri dubbi sulla veridicità, ed il significato delle mie apparizioni, mi sono incamminato di nuovo. Ho lasciato il mio rifugio fatto di rocce sovrapposte con grande tristezza. Avrei voluto passarci la notte con Sindakè, lei sarebbe stata capace anche di accendere un fuoco, che avrebbe reso ancor più intrigante la nostra permanenza in quella romantica alcova naturale. La strada per la grotta è molto impegnativa. Bene che mi sono messo in marcia alle prime luci dell’alba, altrimenti mi sarei cotto di fatica. La salita era ripida, a tratti un poco più lieve, ma nell’insieme l’escursione incredibilmente impegnativa. Sono passato attraverso un bosco di alberi dal tronco finissimo, che tutti insieme all’unisono, mossi dal vento, sembrava danzassero, poi niente più vegetazione, solo nuda rocce e splendidi declivi, scogli a picco sul mare. Di nuovo, vedo la mia nave, a malapena il villaggio, perchè nonostante sia molto in alto, le costruzioni sono dello stesso medesimo colore della vegetazione che le circonda. La capanna di Sindakè, deve rimanere dalla parte opposta, almeno credo, perchè da qui non si riesce a vedere. La conformazione della roccia, ha cambiato aspetto. Da marrone chiara è divenuta salendo sempre più scura, poi nera come ebano, e da compatta, ha cambiato conformazione, in alto era fatta di molti strati friabili, tanto che basta un colpo deciso con un bastone per romperne le parti esposte. Arrivato in vetta, dopo sei ore di cammino, mi sono ritrovato in uno spiazzo di ciclopiche dimensioni, e sulla sua sinistra, una grotta con un ingresso immenso. Essa poteva contenere una nave. Di fianco all’enorme pertugio, un fiume di fuoco scorreva verso il basso, tale rivolo infernale emanava tanto calore che era difficile avvicinarsi. L’ho osservato da una decina di braccia, era impossibile andare oltre, la pelle lamentava il danno scampato, i peli su di essa bruciavano ed emanavano un odore tremendo. Il calore dava alla testa. Mi sono bagnato la fronte e i capelli con dell’acqua che avevo nella mia borraccia di pelle e ho tentato di carpire a debita distanza la composizione di quel liquido tanto temuto. Al centro vi era uno strato che sembrava terra o roccia scura, disciolta, mentre sui lati il torrente si faceva di un color rosso sempre più acceso. Nel mezzo, la materia scorreva più lentamente che all’esterno. Curioso, ho preso un ramo che giaceva al margine del sentiero che avevo percorso e l’ho gettato nel fiume di fuoco per ammirare cosa accadesse. Il legno non è riuscito neppure a toccare il liquido, ha preso fuoco ad un paio di braccia di distanza da esso! Terrorizzato mi sono allontanato riprendendo la via per l’ingresso alla grotta.
Nei pressi dell’entrata, la caverna era completamente dipinta. Si capiva che quel posto fosse un luogo di culto. Tali pitture si sviluppavano per tutti e due i lati dell’ingresso e si spingevano fino ai margini superiori della grotta. Una parete che supera le 50 braccia di altezza. I disegni, erano estremamente infantili, sembrava fossero stati fatti da dei bambini, ma nel suo insieme, l’opera, dava un’impressione magnificente. Non esisteva un tentativo di restituire una qualche realtà prospettica della scena, le figure, i soggetti, gli ambienti nei quali uomini e donne erano profusi, non avevano una profondità ma erano tutti schiacciati sulla parete come tasselli di un mosaico. Comunque, tutta quella superficie dipinta era un messaggio di grande saggezza e d’immenso potere. Ho osservato molte di quelle scene dipinte nel tentativo di carpirne il significato. Scene di caccia, di pesca, uomini che costruivano case di legno, ponti con funi, che coltivavano la terra, che raccoglievano frutta, uomini che curavano uomini, donne che danzavano, riti magici. Disegni che raccontavano la vita quotidiana e i suoi protagonisti. Erano dipinte con grazia le vesti delle varie persone, e i colori sono molto realistici. Anche se molto semplici, le varie scene, restituivano con la dovuta esattezza i diversi personaggi e la realtà che li circondavano. Ogni riquadro, raccontava un epiteto ed aveva una dimensione di circa una braccio in altezza per due di larghezza, esso faceva parte di un registro che correva parallelo fino alla fine dell’immensa parete di roccia. Nell’insieme, quell’opera era un vero e proprio capolavoro.
Sono rimasto ad ammirare quei dipinti per una buona mezz’ora, poi, mi sono diretto all’ingresso e soffermato per un istante sulla soglia della grotta prima di muovere i passi che mi avrebbero portato verso l’interno. Dentro, sembrava di essere nel ventre di una cattedrale della mia magnifica città da tanto l’ambiente era vasto e suggestivo. Le varie popolazioni hanno decorato anche questo anfratto, ma a differenza dell’esterno, i dipinti sono su grandi tavole di legno unite assieme e fissate alle pareti e al soffitto. Tali decorazioni, si distendono per circa duecento braccia dopodiché la conformazione della nuda roccia tutta attorno diviene magnifica, ed è l’unico mantello che circonda la superficie della terra. Dette rocce sono state erose e levigate dall’acqua che paziente nei secoli dall’alto ne ha ricavato forme suggestive rassomiglianti figure umane che paiono spuntare dal terreno, protese verso l’osservatore come per difendere lo spirito dell’enorme pertugio.
E ancora più nell’interno, tali figure spariscono e lasciano il posto a segni nel terreno che somigliano a quelli che l’uomo ha nel palato, incisioni parallele, profonde come i solchi che il contadino produce con l’aratro nella terra. Nei suddetti, scorrono piccoli rivoli d’acqua che dopo averli percorsi, si insinuano al di sotto delle pareti prospicienti, sparendo. Poi si uniscono in ruscelli, che hanno la stessa proprietà che caratterizzavano le acque dei sotterranei che ci hanno accolto, ovvero, una misteriosa luminosità che proviene dal basso. Segno inconfutabile che anche sotto questa montagna vi sono pertugi e vie di ogni sorta percorribili a difesa di eventuali nemici.
D’improvviso, ho sentito una voce, ma non riuscivo a capire da dove essa provenisse. Duccio, chiamava. E ancora. Ho risposto:
<< Chi è? >>
<< Sono Ndemba il saggio. >>
<< Mi senti.., ascolti le mie parole.. ma dove sei? >>
<< Sono nel tuo cuore Duccio, e in ogni altro luogo. >>
<< Devo parlarti. >>
<< Lo so. E so anche cosa devi chiedermi. >>
<< Davvero? >>
<< Si. >>
<< Io mi sono innamorato di una giovane donna che… >>
<< Lo so, Sindakè. >>
<< …E’ una magnifica creatura di questa terra. In questi luoghi incantati ho conosciuto l’amore più puro e non vorrei più andarmene, ma di contro ho il terrore che perduta l’unica nave che potrebbe riportarmi alla mia terra, un giorno potrei soffrire terribilmente della sua mancanza. Vorrei tanto portarla con me, ma le ferree regole del villaggio alla quale ella appartiene sono inviolabili e il capo non fa eccezioni per nessuno. Che debbo fare saggio Ndemba? >>
Ed egli, senza indugio mi ha risposto:
<< Va giovane amico. Va! Torna alla tua terra, senza rivederla. Non tornare da lei o il suo distacco sarà ancora più terribile. La tua Sindakè, è come i fiori della nostra terra, non può metter radici e non può vivere che in questi luoghi… e tu non puoi e non devi rimanere. Anche se inizialmente soffrirai incredibilmente, niente sarà come perdere memoria della tua terra. Niente, neppure l’amore della più straordinaria creatura può meritare l’abbandono di una famiglia e la perdita di quelle magnifiche sensazioni che hai provato e che potrai continuare a provare oltrepassando “quel” ponte che tanto adori, in capo alla tua città. La vista di quei magnifici palazzi, ti posso assicurare, compenseranno la perdita di ciò che qui da noi, per la prima volta hai veduto. E le corse fra i campi di grano e le passeggiate fra i vigneti… non può finire Duccio, non può finire. Le tue visite alle botteghe d’arte, i dipinti che sovente adori ammirare. Il tuo mare. Non puoi abbandonare il tuo lavoro, è ciò che più di ogni altra cosa hai bisogno nella vita. Le avventure, le spiagge, quei luoghi arcani che adori conquistare, sono la tua vita. Accanto a Sindakè, scopriresti, l’odioso inganno del tempo. Ti sentirai afferrare il cuore dall’interno, sarà tremendo. Un giorno, simile in apparenza agli altri, la vedrai cambiata e non la sentirai più tua, d’improvviso. La guarderai con odio, e ti dirai che hai perduto i tuoi anni migliori a rincorrere un sogno che non s’è mai avverato. Un pozzo Duccio, un pozzo. Ecco cos’è l’amore incondizionato, ci cadi dentro e t’imprigiona, ti tiene in bilico, incastrato per le spalle, ti cinge stretto e non respiri, non muovi un muscolo ragazzo, vedi il cielo lassù in alto e non affoghi e non ti liberi. Ti manca l’aria là dentro. E più passa il tempo e più sprofondi nell’interno, e allora vorresti morire, e morirai col tempo Duccio, morirai… lei come te è ingannata dal tuo aspetto, dalla tua vigoria, dal tuo entusiasmo, dalla bellezza del tuo corpo, non le importa cos’ai dentro da mostrarle, non può rendersene conto. Corri amico mio corri, fin che sei in tempo, torna libero alla tua magnifica terra… che t’ama per davvero, a quelle sacre tradizioni alle quali sei tanto affezionato… alla tua gente… >>
Rimasi impietrito, in quella semi oscurità, e non vi fu altra spiegazione, altro verbo del divino Ndemba. Che tremenda delusione! E io mi sentii solo, circondato da mostri che avevano il volto dei dubbi che mi albergavano nel cuore. E urlai con tutto il fiato che avevo in corpo, in quella maledetta grotta, che si faceva sempre più scura e sempre più nemica. Le parole si fecero di pietra e io con esse mi scagliai contro il mio destino gridando…
Cuore imbrogliato,
svuotato – spogliato
dell’amore che merita.
E le cose.
Chissà se riuscirò
a ricucire
con spillo sottile,
quel drappo di cielo
che tengo nel petto –
divelto da un nome…

Sindake!

D’improvviso il buio poi m’avvolse, si fece solido, pesante, come pomposo drappo cerimoniale e mi sono sentito schiacciare da quell’oscurità. Avevo in mente solo Sindake, che m’attendeva al villaggio e mi voleva… al suo splendido sguardo e al suo incantevole sorriso. Sento la sua voce che mi chiama, e ancora e ancora, pronuncia il mio nome e non si ferma, perché m’ama…
Duccio,
Duccio,
Duccio……

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