Il mistero dell’Isola Prima, III capitolo: “Il messaggio celato”

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( di Fillippo Sironi ) –

CAPITOLO III
“Il messaggio celato”

– VII giugno –

Durante la mattina ero di vedetta sull’albero maestro e ho visto una macchia scura di notevole dimensioni che scorreva parallela a lato della nave. Ho chiesto un’opinione ad un esperto marinaio, Renzo Paci. Egli mi ha detto di scendere e di addossarmi al parapetto dell’imbarcazione. Dopo poco, delfini hanno iniziato a balzare fuori dall’acqua. Che spettacolo magnifico! Taluni vibravano dei suoni mentre saltavano fuori e dentro le onde. Non avevo mai visto uno spettacolo simile. Riescono a lanciarsi di due lunghezze fuori dall’acqua. Se noi possedessimo la metà di tale destrezza in mare, potremmo fare a meno della nave sulla quale stiamo viaggiando! Hanno un muso assottigliato, simile ad un becco, che muovono velocemente producendo suoni striduli ma piacevoli, con piccoli denti finissimi. Al solito, come prevedibile, i soliti cretini, purtroppo con la benedizione del capitano, sono riusciti ad uccidere una di quelle povere bestiole. La loro carne è molto saporita, hanno detto. Io non assaggerò di certo neanche sotto tortura la benché minima parte di una di quelle povere creature.

– VIII giugno –

Nel tardo pomeriggio, il capitano e il suo personale assistente si sono concessi una passeggiata a poppa. Abbiamo parlato delle felici condizioni climatiche, che fin ora, ringraziando il Signore, hanno caratterizzato la nostra traversata. Il capitano ha detto che se tutto procede come previsto dovremmo avvistare terra la prossima settimana. Il suo assistente, mi ha insegnato ad usare il sestante.
– VIX giugno –

Ieri notte ho udito degli strani rumori in cambusa. Mi sono spinto, vincendo il timore, ad osservare. Orrore! Non credevo a ciò che stavo vedendo. Vi erano due marinai che… vi lascio immaginare! Uno di loro lo conosco, non siamo proprio amici ma mi capita sovente di scambiarci opinioni. Lo reputo un ottimo elemento. E non sarà per quello che ho scoperto stanotte che da domani lo reputerò un incapace, ma di sicuro starò a debita distanza. Per non farmi fraintendere, si capisce. Non avrei mai sospettato di nessuno dei due, nemmeno lontanamente. Questo comunque, e non è per giustificarli s’intende, ma capita perché a bordo mancano delle donne. E’ ovvio che uomini che si rispettano hanno certi incitamenti… certi focolai assopiti ma mai del tutto spenti… non credo che nuocerebbero donne di mestiere che praticano l’arte amatoria senza coinvolgimenti di sorta. Gli uomini sarebbero più rilassati e si eviterebbero certe risse o ingiustificabili azioni. Non so sinceramente come potrò tacere questo segreto. A detta degli esperti femmine a bordo invece avrebbero l’effetto contrario. In una parola “ improduttività”.
– X giugno –

La giornata è corsa via veloce. E’ stato tutto un gran d’affare. Correre e correre. Il mare oggi era e rimane tutt’ora alla prima oscurità molto grosso. Spero di dormire con questo dondolio e questo rumore d’onde infrante che sembrano ogni volta spezzar la nave.
– XI giugno –

Mi chiedo quanto mancherà ad avvistare terra. Che emozione. Lo so che sarò il primo a distinguerla, devo esserlo. Nessuno su questa nave ha il mio entusiasmo. Me lo merito. Quando mancherà poco ad arrivare a destinazione, non dormirò anche per giorni se necessario pur di raggiungere il mio scopo. Il primo, devo essere il primo.

– XII giugno –

Stamattina alcuni marinai come al solito, hanno gettato le reti e ne hanno ricavato un bel numero di pesci. Taluni sono rimasti incastrati al di sotto della chiglia, altri fatti a pezzi dalle reti, sono arrivati in superficie. Uno stormo di gabbiani ci ha girato attorno per almeno un’ora. Ho notato di come la maggior parte di essi siano completamente bianchi, alcuni di loro avevano la punta delle ali nere, altri invece, come una riga grigio nera che percorre le ali per tutta la loro lunghezza. Uno solo era completamente bianco con la pancia grigia e sembrava volerlo far notare a chi dal basso lo ammirasse.
Se si segue il loro movimento in aria, si cade come vittima di un incantesimo e si rischia di rimanere confusi come se si avesse bevuto qualche bicchiere di troppo. Il segreto ho scoperto é seguire solo i movimenti di uno di loro e si arguisce il segreto del loro modo di volare. Si abbassano e si alzano con balzi repentini a spirale, seguono la scia dei compagni più anziani e poi si gettano d’improvviso in mare, fra l’onde, sull’ eventuale preda.
– XIII giugno –
Chissà se i miei genitori mi pensano. Se si chiedono dove possa essere e che cosa stia facendo. Non gli è mai importato nulla di me, soprattutto da quando gli confidai di voler intraprendere la vita del marinaio. Loro mi volevano un contadino, come per generazioni lo sono stati i padri dei nostri padri. Mi manca la campagna, la terra appena coltivata, la vendemmia. La raccolta delle olive, la caccia, il magico momento del vespro, la veglia con gli anziani che raccontano la loro vita, l’olio puro dall’agro sapore appena raccolto sul pane appena sfornato. Le danze, i focolari con tutte quelle meravigliose fanciulle vestite a festa.
Tornerò un giorno a terra, ma solo quando non riuscirò più a cogliere la bellezza di questa magnifica distesa d’acqua che sovente muta colore e cangia d’aspetto nel cuore profondo della sera, come se ogni onda fosse un riccio d’una donna che ho desiderato e che mai purtroppo ho potuto accarezzare. Sapeste che emozione, stendere una mano sul pelo dell’acqua, chiudere gli occhi e sognare. La donna bramata, l’isola lontana, la schiuma della riva conquistata. Terra. La mia terra.

– XIV giugno –

Stasera avrei da scrivere fino all’alba di domani. Dio che giornata! Non so da dove iniziare. Il più saggio mi direbbe dal principio. E così farò.
Erano le sette, il sole era già alto sui nostri capi e la temperatura mite, gradevole, la brezza scompigliava i capelli e i pensieri. Il cielo all’orizzonte era maculato di nuvole, alcune di esse apparivano nere come la pece, la maggior parte però erano candide come la farina. Ad un tratto il marinaio Giovannone dei Simoni detto il cinghialotto, per la somiglianza con il su citato animale, urla “uno squalo, anzi squali, molti squali”. Ci siamo tutti precipitati a poppa e dopo un po’ ognuno di noi ha veduto quel branco di animali terribili accostato alla nave. Il capitano in seconda ha detto che probabilmente vi era rimasta della pastura sulla chiglia che utilizzano spesso i marinai per attirare i gabbiani, tonni e altri pesci di medie dimensioni. I marinai più esperti si sono armati di lunghe lance acuminate che servono in teoria per respingere eventuali attacchi di pirati allo scopo di infilzare almeno uno di quei orribili bestioni. Altri si sono armati di fiocine e altri ancora di semplici fionde. Mi hanno spiegato che se colpito in un occhio uno squalo può morire. Non posso raccontarvi tutto quello che è stato fatto ed è successo nel tentativo di catturare quelle bestie, perché troppo stanco, e mi limiterò alla parte saliente. Abbiamo gettato gabbiani spennati, carne essiccata al sole, derrate di ogni sorta per tenere gli animali vicini. Io credevo che fosse una follia, oltretutto dopo che giorni addietro abbiamo constatato di essere un po’ in difetto con le provviste. Mi ha detto il marinaio in prima Luigi de Benci, che se fossimo riusciti a catturare uno di quegli animali, fatto a pezzi e essiccato, ci saremmo assicurati carne per quindici giorni! Quindi ho capito il motivo delle azioni anzi temute.
Lorenzo Raffaelli, esperto marinaio di mezza età, è riuscito assieme ad altri a colpire e a sollevare parzialmente sulla nave uno di quei feroci predatori. Ma visto che avevano colpito la bestia in un punto vitale, la repentina fuoriuscita di sangue ha stimolato gli altri squali e se lo sono mangiato per i tre quarti mentre lo stavano issando, ancora sul fianco della nave. La rimanente parte è stata fatta a brandelli e utilizzata come pastura per stuzzicare la curiosità e l’appetito degli altri che si sono avvicinati in massa. Alla fine, siamo riusciti a catturare due squali di medie dimensioni, e un esemplare enorme. Una volta a bordo, le bestie sono state aperte e svuotate delle interiora, pronte per essere fatte a pezzi e salate. L’eccitazione era alle stelle e alcuni marinai danzavano fra i corpi smembrati di quei mostri marini. All’improvviso la tragedia. Il più grande dei tre, era stato sventrato ma non ripulito, perché avremmo dovuto coricarlo da un lato e non c’era più posto sul ponte. Esso ha ruotato quei suoi occhi vitrei, così privi di vita e ha afferrato in un lampo, con un movimento circolare della testa, un povero disgraziato, il marinaio Cecco Palombini, Genovese di anni trentasei. Incredibile dopo quasi un’ora non era ancora morto. Io ero a tre braccia! Non ho mai provata tanta paura in vita mia, tanto orrore! Ho visto spezzare in due quel poveretto. Le gambe sono rimaste all’interno dello squalo e il tronco di quel disgraziato è stato scaraventato a venti braccia di distanza. Io sono rimasto basito, senza fiato, né parole, non sono riuscito a compiere un gesto. Alcuni, si sono precipitati verso lo squalo travolgendomi, ma inutilmente, non potendo ovviamente far più nulla. La cosa terrificante è che – mi ha spiegato il dottore di bordo – il povero Pier Francesco è morto in una agonia terrificante perché perfettamente cosciente. Era meglio se lo avesse azzannato alla testa. C’era talmente tanto sangue sull’assito di prora che ci sono volute due ore di straccio per vedere di nuovo il colore del pavimento. Ogni tanto qualcuno trovava un pezzetto di un organo vitale. Ho sentito che bisbigliava qualcosa ma non mi sono azzardato a chiedere dettagli ai suoi soccorritori. Povero ragazzo. Domani si svolgerà il suo funerale, recitato dal capitano Manfredi in persona.
Mi ha detto un marinaio che adesso abbiamo carne per un mese, ma non è certo una consolazione per quello che è avvenuto.

– XV giugno –

Sulla nave questo pomeriggio regnava il silenzio. Giorgio, che passa intere giornate a cantare, oggi non ha neppure intonato un motivetto. I marinai non giocavano, non discutevano, non litigavano, non parlavano neppure. Qualcuno fumava, altri distesi, in pausa, se ne stavano con degli stracci sui volti per pararsi dal sole. Sonnecchiavano. Il funerale è stato veloce e molto toccante. Dicono che non avesse una vera e propria famiglia il povero Cecco. Una sua zia lo aveva adottato dopo che sua madre era morta di parto e suo padre era fuggito. Comunque, diceva a tutti che per quanto fosse grato a quella donna, non amava la sua famiglia, i suoi cugini non lo avevano mai accettato come fratellastro. Si sentiva solo. Il mare era il suo unico vero amico e così pure i marinai suoi compagni. Dirò una preghiera per la salvezza della sua anima stasera e per quella dei pochi che lo hanno amato.
– XVI giugno –

Oggi ho avuto il coraggio di chiedere al dottore cosa avesse detto Pier Francesco sul punto di morire. Ha chiesto l’estrema unzione al capitano e ha detto di riferire, se mai riusciremo nella nostra missione, di rintracciare, non appena arriviamo a terra, la sua donna, Beatrice, che l’attende, e riferirle che non è morto, ma semplicemente che si è perduto sull’isola rinvenuta, e che dopo tre giorni di ricerche la ciurma intera ha dovuto rinunciare alle ricerche. Che ella si sposi e abbia dei figli. Che coraggio. Sul punto di morte avere la forza di pensare al bene della persona amata!

– XVII giugno –

La giornata è corsa via veloce. I marinai hanno smesso di pescare. Abbiamo carne a sufficienza per sfamare i componenti di una seconda nave per almeno un mese. Taluni lo fanno, ma solo per passare il tempo, quando sono di riposo dai turni di lavoro. A volte gettano il pesce in eccesso agli uccelli che ci seguono nella speranza di metter qualcosa sotto il becco. Mi domando come sia possibile riservare ad un uomo un tale tragico destino come a Cecco. Quando gli anziani, i saggi, ci parlano del fato, del perché siamo al mondo, o dell’ inevitabile progredire delle azioni umane. Ognuno si crea il proprio, oppure qualcuno lo scolpisce in modo permanente su tavole di pietra? Segni, tracce, linee, come fiumi che assommano acqua ad acqua e si ingrossano, sempre più potenti, fino a sfociare nel mare del nostro futuro. Perché un essere umano dovrebbe meritare una fine tanto atroce. Qual è il senso di tutto ciò. Forse dovremmo riflettere e chiederci cosa vuol dire agli occhi dei comuni mortali. Un esempio per tutti noi, ecco cosa. Questo per me è il messaggio celato. Questa esperienza dovrebbe infondere coraggio a tutti noi. E lo infonderà ne sono sicuro. Lo ha già fatto. Questo tragico evento si è ancorato in modo arrogante dentro i nostri cuori. Forse… anzi sicuramente, è un bene per la missione, nessuno cederà più di un passo, anche dinanzi alla più nefasta difficoltà.
– XVIII giugno –
Stamani mattina, dopo più di un mese di navigazione, per la prima volta ci ha sorpreso un temporale. Molte volte li abbiamo evitati anche se per poche miglia. Li ho veduti solo da lontano. Capitarci nel mezzo non è il massimo ma poteva andarci peggio. Solo un nubifragio, senza tuoni o mare grosso. E’ durato un paio d’ore. Dapprima la pioggia veniva giù con una forza smisurata, poi leggera, quasi si dispiacesse a colpirci, e nell’ultima fase ha riacquistato un po’ di vigoria. La cosa che mi ha colpito è di quanto fosse stata fredda. Mi ha spiegato il marinaio in prima Serafino che tale fenomeno è dovuto alle temperature differenti nei diversi strati del cielo. Ne esistono molti andando verso l’ alto e ognuno di essi ha temperature diverse. Il cielo è come il mare quindi. Vi sono differenti correnti che sono tutto un vorticare frenetico. Anche in mare si apprezza tale fenomeno. Mi è capitato sovente di tuffarmi in acqua e nuotando, di incorrere in flussi freddissimi, che si distinguono in modo repentino con quelli che li lambiscono nell’immediato.

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