Il mistero dell’Isola Prima, IV capitolo: “Lo spirito maligno”

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CAPITOLO IV
– Lo spirito maligno –

– XIX giugno –

Ricordo che davanti al golfo di Napoli una volta, ci siamo imbattuti in un branco di pesci che pareva una nuvola scura caduta in mare. Ma niente è paragonabile a quello che ho visto oggi pomeriggio. Ve n’erano a migliaia. Mi hanno detto fossero una particolare razza di spigole che si muovevano con una velocità sbalorditiva e coprivano l’intera porzione di mare che l’occhio riuscisse a percepire! Che spettacolo grandioso! Ognuno di quei pesci pensare che non è che un palmo. La cosa straordinaria che mi ha lasciato senza parole è stato ciò che mi ha detto Serafino subito dopo. Sembra che detta aggregazione, non sia casuale, ma che tale razza di pesci la mette in pratica per sconfiggere i pesci predatori, si uniscono e vorticano per spaventarli. Mi domando chi può aver insegnato a creature tanto stupide tali furberie. La natura mi sorprende sempre di più.

– XX giugno –

Federigo Bartoli, detto “il pellicano” per il suo rozzo modo di mangiare senza praticamente masticare il cibo, oggi per tener fede come al solito al suo soprannome ci ha quasi rimesso la pelle. Ci hanno servito la cena con un poco di indugio, verso le otto e mezza. Sembra perché ai piani alti, i capitani e il corpo graduato tutto si sia intrattenuto in discussioni importanti inerenti la rotta da prendere fra un paio di giorni. I mozzi, quindi ancora impegnati, si sono liberati in ritardo. Il Federigo, in preda ad un appetito selvaggio, ha ingurgitato in pochi secondi un pesce intero. Una lisca, gli è rimasta appesa nel mezzo del palato e ha smesso di respirare. E’ caduto per terra ed ha iniziato a ruotarsi come fosse un pesce appena pescato al quale è stata mozzata la testa. Virginio Capraroli, che ha qualche nozione elementare di soccorso, lo ha messo seduto e comprimendoli con forza il torace li ha fatto sputare il corpo estraneo a cinque, sei braccia di distanza. Era diventato gonfio in volto, e aveva un colorito bluastro. Credo che per qualche tempo il Bartoli mangerà con più attenzione.

– XXI giugno –

Stanotte è crollata la temperatura in modo drastico. Non riesco a capire come possa essere capitato ma non sono riuscito a chiudere occhio dal freddo. Abbiamo solo lenzuoli leggeri e non avevo la più pallida idee di dove poter recuperare coperte più pesanti. Oggi, ho barcollato tutto il giorno dal sonno. Avevo la testa pesante, non vedo l’ora di andare a dormire.

– XXII giugno –

So che può sembrare puerile, ma tutti o quasi hanno scritto il loro nome sul retro della brandina. Ieri notte con un coltello di un palmo, ho inciso “DUCCIO 78” sul lato più esterno del letto. Il motivo principale per il quale non avevo ancora imitato i miei compagni, non era solo perché reputavo e reputo quest’azione un poco infantile, ma perché ero indeciso sulla data da apporre. Non sapevo se era più appropriata quella di nascita o quella della missione. Alla fine ho creduto che fosse più significativo far presente ai postumi l’anno in cui ho lavorato sulla barca, anche se non sono convinto che riescano a capire.

– XXIII giugno –

Un fatto mai accaduto a detta del capitano. Un uccello di grosse dimensioni, in serata ha squarciato la vela maestra. Secondo alcuni miei compagni era un falco, che come si dice in gergo, ha perduto la bussola, l’orientamento. Io personalmente non ho visto la scena, ma dice che quest’animale, come impazzito, si è scagliato come un fulmine dritto verso la vela, senza motivo alcuno. La cosa che più incuriosisce è come esso sia potuto sopravvivere all’impatto che è stato fortissimo. Ha continuato la sua corsa e si è dileguato in meno di un batter di ciglia verso l’orizzonte infinito. La vela è stata ricucita in meno di un’ora senza interrompere la corsa.

– XXIV giugno –

Per scaramanzia, è quattro giorni che sto segnando con delle tacche la nostra permanenza in mare su di un sostegno della cambusa. Ho recuperato i giorni perduti, la prima volta ho intagliando quella specie di mensola per 36 volte. Di giorno in giorno faccio una tacca. Lo so è stupido, ma scorgere tutti quei segni è un po’ come “vedere” quello che è stato, sperando che così sia anche per quello che sarà. Intanto, mi sono reso conto che siamo in mezzo al mare da 40 giorni e ancora non si vede terra. Strano, non siamo mai incorsi in qualche imprevisto che ci abbia in qualche modo rallentato.

– XXV giugno –

Il capitano in seconda oggi ha passeggiato sul ponte un quarto d’ora. Non potevo esimermi dal chiedergli fra quanto tempo è previsto il nostro arrivo. Mi ha detto che è cosa complicata stabilire il giorno preciso, perché hanno compiuto una leggera deviazione che solo fra qualche giorno scopriremo essere stata benevola o malevola al nostro navigare.

– XXVI giugno –

Quanti sospiri! Se avessi un picciolo per ognuno di loro avrei più soldi di chiunque altro. L’attesa è un acido che ti logora dentro. Ti consuma nel profondo. Ho come un sasso nello stomaco che di giorno in giorno si fa sempre più pesante. L’equipaggio è stranamente tranquillo, non li vedo nervosi né pervasi dalla curiosità o dall’ eccitazione. Da quando è morto Cecco, tutti o quasi si sono distesi. Pensano al meglio e non sono più nervosi per la carenza di cibo, problema che è stato risolto. Ma io non penso ad altro che a quelle rive, a quei fondali, a quei luoghi sconosciuti. Misteriosi.

– XXVII giugno –

Che giornata meravigliosa. Per la prima volta scrivo durante la pausa che mi è concessa. Non sono riuscito ad aspettare sera, ero troppo eccitato. Questa mattina mi ha chiamato il capitano e assieme all’ufficiale in seconda Rinaldi, fatto un gruppetto di noi giovani ci ha insegnato ad usare l’astrolabio. Che oggetto fantastico. Le sue potenzialità sono infinite, e comunque è con discreta facilità che si riesce grazie al sole e a tale diavoleria a calcolare la latitudine. La lezione è servita come preambolo per la comunicazione che è avvenuta subito dopo, ovvero, il viaggio dovrebbe essere al termine. Dovremo impiegare due, tre giorni al massimo prima di avvistare le coste tanto agognate. Un’altra tacca in cambusa, forse due, tre, e calpesteremo di nuovo la terra ferma. Che eccitazione!

– XXVIII giugno –

Non riesco a dormire. Come potrei. Sto scrivendo dal ponte di mancina, dietro la poppa. Come tavolo sto utilizzando una cassa vuota che conteneva castagne e altre derrate. E’ notte fonda. La giornata è passata in un lampo. Allo stesso tempo temo che i secondi non passino mai. Mi sto distruggendo di lavoro. Non faccio pause, come potrei. Mi creo un’alternativa, una distrazione. E guardo sempre il rostro della nave nella speranza di avvistare quell’isola o quelle isole, quei magici anfratti, quelle sponde tanto sospirate.
– XXIX giugno –

Orrore! Mai vista in tanti anni di navigazione una tale nebbia. E’ calata in tarda mattinata, una nebbia nemica, gelida, umida, che penetrava nelle vesti come spirito maligno. Non si distingueva assolutamente niente. Tiravamo innanzi a istinto, come per scommessa. E ad un tratto l’inevitabile disgrazia. Il capitano ha veduto solo all’ultimo un albero di grandi dimensioni che galleggiava semisommerso e ci abbiamo battuto contro anche se fortunatamente con non troppo slancio. La chiglia è squarciata sui tre quarti, nella parte destra, vicino al pelo dell’acqua. Una cavità di un braccio di diametro. Il danno a detta degli esperti è riparabile ma di non poco conto. Disdetta. Occorreranno due giorni d’ancora e acque tranquille. Vi confesso però in tutta franchezza che mentalmente mi gioverà non poco saperci fermi, almeno potrò dormire e riposare.

– XXX giugno –

Stavo dormendo profondamente quando il suono della campana di babordo mi ha svegliato in modo violento. Tale suono viene prodotto solo in casi gravi. Attacchi dei pirati, uomini in mare, barche alla deriva, naufraghi da salvare, tempeste in arrivo. Sono salito di furia sul ponte ancora per una buona metà accompagnato dal sogno che avevo interrotto e sono rimasto folgorato. Stupefacente! L’arcipelago tanto agognato appariva dinanzi a noi. Non appena si era dissolta nella notte la nebbia, il capitano in seconda che comandava la nave, si era accorto del tenue profilo di coste che si scagliava all’orizzonte. Ha atteso l’alba per esserne certo e poi una volta avuta ragione della sua intuizione, ha suonato il segnale di avvistamento.
L’insieme di isole è di una bellezza sconcertante, nascosto dalla fitta nebbia, era come un paradiso sommerso. Ne ho contate sette, ma potrebbero esservene ancora nascoste dietro i promontori che ammiro. Purtroppo l’esatta conformazione del luogo è ancora da definire. Dovremmo riparare la nave prima di poterci muovere di nuovo e soltanto allora scopriremo esattamente la conformazione le dimensioni, i profili, il tipo di vegetazione dei vari territori. Per tutto il giorno ho segato e levigato legname assieme ad alcuni miei compagni. Pezzi molto piccoli, che andranno incastrati a regola d’arte per rendere l’interno stagno. Il maestro d’ascia Luigi Bendinelli, non si è dato tregua alcuna fra il lavoro e la direzione dei lavori, veramente ammirevole, per un uomo che ha compiuto proprio il giorno della partenza 68 anni. Io che ne ho 48 in meno, sento svanire le forze, e ogni tanto mi tremano gli avambracci dalla tanta fatica. Ci siamo divisi in turni e non conosceremo sosta – ci siamo promessi – fino a che la nave non sia riparata e non si sia toccata la riva della prima isola.

– I luglio –

Una grande nuvola nera ci ha fatto compagnia fino a metà mattinata. Ho dormito quattro ore, ma non sento per niente il sonno da tanto che sono eccitato. I capitani, il comante, gli ufficiali, i marinai tutti, sono impegnati febbrilmente. Stanotte o al massimo domani mattina le riparazioni dovrebbero essere compiute. A detta degli esperti c’è una lieve, ma concreta speranza, che per l’alba di domani si attracchi. Non vedo l’ora di toccar terra e disegnare tutto ciò che mi sta attorno. Che emozione, chissà che magnifici animali albergano in questi posti incantati.

– II luglio –

Oggi, due luglio, anno del Signore MCDLXXVIII, ho compiuto i primi passi sulle cineree sabbie dell’isola che chiamo “quinta”. Che emozione! Non credo che siano popolate. E’ buona regola, mi è stato detto, che per non incorrere in combattimenti o ritorsioni alcune, in genere se vi sono degli abitanti, essi, allo spuntar di barche, tendono a dare il benvenuto. Quindi tutti noi presumiamo che queste terre siano disabitate. Le ho nominate in base alle dimensioni. “Quinta, sta per l’ordine di grandezza, ovvero, vi sono quattro isole più grandi e due isole più piccole. L’acqua è cristallina, sembra vetro disciolto. Non vi è un solo palmo di terra sott’acqua che non appaia in tutta la sua bellezza. Pesci e rocce mai visti. E’ incredibile, vi sono talmente tanti di questi piccoli animali in acqua, che è possibile afferrarne con la mani. I loro colori sono incantevoli. Rosso intenso, gialli con strisce blu, bianchi o sfumati tra l’oro e l’arancione. Blu, con striature rosse e incantevoli pinne trasparenti. L’isola più grande, come accennato, l’ho nominata “prima”, ha un enorme montagna sul lato destro. Atipica. Non è come le vette che si scorgono in Europa, con alberi di alto o medio fusto che si interrompono alle loro pendici, la vegetazione accompagna il monte sino alla vetta. Da essa, escono fumi densi del colore delle nuvole, grigi, o grigi scuri. All’interno di tali montagne, mi è stato detto, è possibile trovare calore in forma solida, che può fuoriuscire in lampi e pericolose piogge bollenti. Che orrore. Le piante, sono talmente addossate una all’altra, che credo sia impossibile passarvi nel mezzo. E’ probabile che la luce non riesca a penetrare dalle chiome, solo il vento forse può trovare un pertugio, un anfratto. Impressionante. Sono convinto che da qui a qualche giorno riusciremo a esplorare anche le rimanenti, che adesso ammiriamo solo da lontano. L’isola che adesso stiamo percorrendo, ha solo un modesto promontorio e una zona collinare poco estesa. Una vegetazione generosa ma non impressionante come la “prima”. Un’appendice, come un lembo di terra estroflesso, caratterizzano la fisionomia di questa porzione di territorio, proprio a pochi passi dal luogo dell’attracco, poi la terra ritorna semicircolare e quindi regolare. Ci hanno accolti noiosi insetti che non fanno a tempo ad appoggiarsi alle membra, che già ci hanno punti. Fastidiosi padroni di casa. Lasciano segni estesi sulla pelle, caratterizzati da un gonfiore delle dimensioni di un fiorino. E’ impossibile evitare di essere punti. Sembra che non ci gradiscano. Si muovono singolarmente ma ogni tanto si notano nuvole di essi che ruotano vorticosamente per l’aria, in prossimità di qualche fiore dal nettare succoso. Gli uccelli che ho ammirato fin ora, sono belli ma non maestosi come immaginavo. Tutti comunque caratterizzati da colori sgargianti, accesi. Stupendi. Sono molto diffidenti, non si fanno avvicinare. Spero di avere qualche minuto prima o poi per poterli disegnare con i miei acquarelli. Sarà dura ottenere l’esatte sfumature del loro piumaggio ma la sfida renderà ancor più interessante i miei ritratti.

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