Il Mistero dell’Isola Prima, VI capitolo: “Un vortice di terrore”

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CAPITOLO VI
– Un vortice di terrore! –

– Giorno terzo –

Piove. Lo ha fatto per tutto il pomeriggio. Abbiamo costruito un riparo con delle grandi foglie e fusti di canna. Adesso la pioggia è meno intensa, ma oggi a tratti faceva male alla pelle da tanto fosse intensa e pesante. Siamo arrivati molto vicini alla montagna. Abbiamo deciso di muoverci intorno ad essa. Non vi è un terreno costipato, ma solo erba alta. Occorre stare molto attenti perché sembra molto facile scivolare a valle. L’erba non permette appiglio. Sull’altro versante le cose miglioreranno, dal basso ieri abbiamo notato una vegetazione costipata che ci proteggerà dalle cadute. Abbiamo dovuto fare molta attenzione. Dal basso l’arrampicata sembrava molto più semplice. Potrebbe sembrare stupido inerpicarsi come capre su di un’isola deserta, ma l’unico luogo che non si vede dal basso è proprio il suo apice, e già ieri pomeriggio abbiamo coperto con lo sguardo i due terzi della superficie del territorio circostante. Ovviamente dell’equipaggio nemmeno l’ombra. Non abbiamo rinvenuto oggetto alcuno, tracce o quant’ altro. Mi chiedo come un paradiso del genere non sia stato popolato negli anni. Il mio sogno di trovare una civiltà evoluta e amore fisico si sta sempre più affievolendo. Se penso a tutto quello che ho sperato di trovare su quest’isole e che ho realmente scovato mi viene da gettarmi in mare con un bel sasso al collo. Non devo assolutamente pensare. Mi ripeto in continuazione che devo comportarmi come il vento. Muovermi, e non pensare al perché lo faccio, debbo ritenermi semplicemente sospinto dagli eventi. Il vento non possiede un cervello, coscienza o memoria, eppure esiste e influenza di gran lunga il genere umano e gli elementi della natura. Posso ritenermi al suo pari?
– Giorno quarto –
Sono talmente stanco che riesco a stento a scarabocchiare con segni simili alla scrittura questi fogli di carta. Stamani abbiamo tentato di salire sulla cima della montagna per il fronte sud-ovest invano. Nel pomeriggio siamo riusciti nell’intento superando un costolone a strapiombo nel lato opposto, con non pochi rischi per la nostra incolumità. Il calore qua è insopportabile. La terra è brulla, e da essa esce del vapore caldissimo. Esso, a volte schizza all’improvviso dal terreno e come vento infermale si getta sul corpo del malcapitato che gli corre a tiro provocando terribili bruciature. Qui, non vi sono animali. Di nessun genere intendo. Sono più astuti di noi esseri umani. L’apice della montagna si presenta come un imbuto, nel quale tremendi fiotti di fuoco passano da una parte all’altra. Sembrano spiriti dell’inferno pronti a catturarci. Producono comunque in aria disegni e profili affascinanti. Starei ore incantato ad ammirarli. Rossi, gialli, poi scuri, alcuni quasi neri. Rivoli di tali sostanze si incontrano in un punto ai margini del cono di uscita e poi si fondono in un tutt’uno che diviene fiume che poi scompare sotto terra. Nessuna traccia di quei disgraziati. Come al solito, per “traccia”, intendo anche una sola testimonianza del loro passaggio. Un’impronta, un oggetto, un fiore, una pianta divelta. Niente. Dovremmo scendere di nuovo al livello del mare e tentare di esplorare la poca porzione che rimane da vedere sul lato sud. Vi confesso che non nutro speranze. Dalla vetta, lo spettacolo che si è presentato ai nostri occhi era di indescrivibile bellezza. Il mare era di mille colori. Dal verde tenue al verde acceso e poi scuro e poi punti e macchie di nero intenso. Azzurro deciso, quasi violento che sfuma in celesti variegati. In lontananza, si vedono strisce di un blu energico che si fondono con la purezza del cielo. Ho tentato di convincere i capi a rimanere fino al tramonto ma purtroppo non ci sono riuscito. Forse ho rinunziato troppo in fretta. Credo che il Rigacci avrebbe ceduto. Non oso immaginare che spettacolo la natura potesse riservarci un attimo dopo il calar del sole. Ogni istante, ogni momento, mi ripeto di quanto sia stato stupido nel lasciare i miei colori sulla nave. Che sfida sarebbe stata oggi ritrarre quel mare!

– Giorno quinto –
Appena scesi dalla montagna, una coltre di spessa nebbia ha coperto tutta la vetta e parte del promontorio collinare. Un inferno. Sembra che qualcuno dall’alto, abbia calato un sipario su ciò che è stato e che mai più sarà. Un umido tremendo ha bagnato le nostre vesti e i nostri capelli. Un monito. Stamattina dall’alto mentre scendevamo, abbiamo notato un’ imbarcazione di ritorno alla nave. Non siamo riusciti a capire quale delle sette spedizioni sia stata. Di sicuro una delle tre da tre uomini, che hanno osservato una delle isole più piccole. Scendere sotto la nebbia è stato come tornare al mondo. Di nuovo quegli splendidi colori, la vegetazione, i frutti variopinti, gli uccelli in formazione sopra i nostri capi come schegge di cera. Ho istintivamente respirato a lungo come se fossi emerso da una lunga apnea. Abbiamo ripreso la piccola imbarcazione, e abbiamo circuì navigato l’isola fino a raggiungere l’unica parte che ad oggi non avevamo potuto osservare. Dante, ha incespicato sul bordo della galera e si è procurato un taglio profondo sull’avambraccio. Si imbarca sempre con troppa energia. Vi sono anfratti che non posso descrivere dalla bellezza. Lembi di terra colmi di esili e altissimi alberi, si estendono verso l’osservatore come braccia protese. E’ incredibile come tali alberi possano resistere al vento che qua è tremendo in certe giornate. Hanno il tronco largo appena un palmo e sono alti almeno una quarantina di braccia. Al centro, e sui lati, rocce che cadono dall’alto, si precipitano d’un tratto in mare come uomo che si tuffa. Esse, sono estroflesse e a tratti rientranti. Talune, formano archi rampanti, come quelli che si sviluppano ai fianchi delle maggiori cattedrali d’oltralpe. Sembrano le uniche strutture capaci di tamponare l’immenso peso della terra ad esse sovrastante. Si formano giochi di luce e ombre che risaltano il profilo dello strapiombo come fanno le rughe in un volto di un vecchio. Il precipizio è di un’altezza incalcolabile. Almeno dieci navi in lunghezza. La zona che sto descrivendo è leggermente più brulla del resto dell’isola e dopo questo piccolo golfo, una cascata ci ha lasciati di stucco. Un salto di mille piedi. Magnifico. La violenza dell’impatto con l’acqua alla base, produce una nuvola di vapore alta come due alberi maestri della nostra nave messi assieme. Un bacino si protende per un centinaio di piedi e anche più. La sabbia, in quel luogo, è ondulata, e caratterizzata da pozze d’acqua che a volte si uniscono al mare. Vi sono centinaia di uccelli che si dissetano coricando timidi il collo e con delicati movimenti muovono sincroni il loro esile becco. Sono distinti in gruppi, a seconda delle varie razze. Ve ne sono di grandi e di piccolissimi a malapena percettibili. Di fianco alla cascata, un’enorme fenditura simile ad una grotta sotterranea, si evidenzia per la sua enorme apertura e per l’oscurità che dentro di essa padroneggia.
Che emozione, il comante ha detto che domani dovremmo entrarvi la dentro!

– Giorno sesto –
Il terrore si è impossessato di me e dei miei compagni. Non so neanche se riuscirò mai più a vedere la luce del giorno! Sarà dura, ma tenterò comunque di descrivere quanto di incredibile ci è capitato. Stanotte, abbiamo dormito ai margini del bacino di ingresso. Mi sono svegliato con un uccello grande quanto un uomo che ad appena due braccia da me, tentava di afferrare qualcosa sotto il terreno. Spaventato, mi sono allontanato e svegliatomi confuso, ho visto il comandante intento ad issare la piccola ancora di stazionamento e preparare le ultime cose per il viaggio. I miei compagni erano già a bordo, tranne il Bussano, che come me era ancora copiosamente addormentato. Ancora intontito, ho avuto appena il tempo di lavarmi la faccia e darmi una rinfrescata. Siamo partiti all’alba. La luce stava ancora tentando di raggiungere timidamente i volti di noi tutti fra quelle fitte fronde fatte di larghe foglie e alberi di piccolo fusto. Il mare era piatto come una tavola, le correnti delicate, appena percettibili, sospinte da un vento delicato che accarezzava lieve i nostri volti. A momenti, si infilava rispettoso dentro le nostre vesti. La grotta che avevamo osservato il giorno precedente da lontano, sembrava a poche braccia di distanza ancora più maestosa. Era talmente alta che quando siamo passati al di sotto del suo ingresso, ho avuto l’impressione di essere una formica ch’entra nella tana di un tasso. La grotta, tinta di riflesso di un verde cristallino, si faceva a poco a poco sempre più scura man mano che ci addentravamo. In lontananza abbiamo veduto il torrente principale dipartirsi in due tronconi e preso uno dei due, che sembrava correr parallelo al suo gemello, altri e altri tunnel si diramavano sotto la terra. Gli uomini più esperti a questo punto erano basiti. Non sapevano cosa fosse meglio fare. Forse era meglio rinunciare che rischiare di ritrovarsi sperduti al di sotto del mondo emerso già esplorato. Mettemmo ai voti la difficile decisione e per tre contro due decidemmo di tentare. Sapevamo che inoltrandoci, avremmo dovuto utilizzare lampade a stoppino per illuminare le pareti dei cunicoli, che, come matasse cadute malamente dalle mani della madre terra, avevano prodotto molti e molti anfratti, giacigli, vie e passaggi lunghissimi sotto l’isola. Utilizzammo i miei carboncini per non perdere la bussola. Segnammo, con graffiti evidenti ad ogni cambio di direzione, le rocce all’inizio di ogni pertugio. Da qui, siamo incappati in un continuo di fatti inspiegabili. Addentratici in profondità, la luce esterna venne a scemare, ma non abbiamo mai utilizzato le lampade, perché un misterioso e intenso barlume, proveniente dal basso, ci ha sempre reso il percorso ben visibile! Detto chiarore, non sapevamo come, faceva brillare intensamente la superficie dell’acqua, come se qualcuno al di sotto di noi grazie a non so quale artifizio, proiettasse il percorso con un fascio luminoso. La conformazione delle rocce mutava mano a mano che penetravamo in profondità, diventando a tratti lisce, a tratti variegate, a momenti frastagliate, con profili acuminati e piccoli giacigli. La corrente non ci sospingeva, dovevamo procedere a remi. Ogni tanto, i percorsi, che erano alti non più di due uomini, sfociavano in spazi grandissimi, che potevano contenere le maggiori chiese di Firenze. Alti almeno sessanta braccia e oltre. Dai soffitti di detti luoghi, calavano scure punte di roccia lunghissime e meravigliosi blocchi dal colore cristallino, che variavano tono di continuo, riflettendo il mutar delle varie colorazioni dell’acque riflesse ai suoi piedi. In detti ambienti il caldo era insopportabile. Dopo un lungo navigar per quei luoghi magnifici e misteriosi, ad un tratto, dopo aver incontrato e intrapreso coraggiosamente percorsi che sfociavano in posti sempre più inaccessibili e sinistri, ci trovammo di rimpetto ad una riva. Uno spazio come tanti che avevamo trovato fin allora, ma ancor più grande e magnificente. Non abbiamo avuto modo di ammirare per bene ciò che ci circondava che notammo una luce dal basso più intensa del solito, accecante. Fu un attimo, non di più, un batter di ciglio e ci ritrovammo tutti quanti fuori dalla barca, capovolti nel centro di un terribile moto vorticoso, inabissanti, spinti da una forza terribile sott’acqua. Credo che ognuno di noi in quel momento abbia avuto la certezza di lasciare questo mondo. Adesso che posso descrivere l’accaduto, mi sembra d’aver sognato. Dopo interminabili secondi, ho avuto la necessità di respirare, ma non riuscivo a guadagnare l’esterno, perché il vortice era troppo potente, imbattibile. Terrorizzato dagli eventi, impaurito, sgomento, ho recitato mentalmente una preghiera alla Vergine Maria, sapendo di essere giunto alla fine. Ad un passo dalla morte, ho visto il mio fedele cane, mio instancabile compagno di giochi, il sorriso di mia madre mentre mi attendeva sull’uscio di casa, mio padre che ride dinanzi al camino, ho riveduto la meravigliosa gestualità di mia nonna mentre mi intratteneva con una novella. Poi ho ingoiato acqua che sapevo mi avrebbe occluso per sempre i polmoni, lasciandomi senza vita. Quel tremendo bruciore del sale che percorre il naso e dopo… ho torto il corpo, come per mitigare il dolore di quel momento. Mi sono racchiuso nelle braccia. E poi il miracolo. Vivevo. Riuscivo a respirare nell’acqua! Dio mi è testimone. Io e i mie compagni riuscivamo a respirare, non stavamo morendo affogati. Dopo alcuni secondi, ho incrociato gli sguardi di tutti gli altri, che sott’acqua, increduli, non erano morti. Ed ancora, spinti verso il basso da una forza tremenda, siamo caduti come da un soffitto liquido in una finissima e candida spiaggia. Ognuno di noi stupito, guadava l’altro nel tentativo di capire qualcosa di quello che fosse accaduto. Quel posto, al di sotto di quello che avevamo appena abbandonato appariva simile, ma era mitigato da una tenue luce soffusa, innaturale. Davanti a noi vi era un complesso sistema di caverne, strette vie con pareti altissime che tolgono il fiato. Ognuno di noi si osservava attorno attonito, dopo pochi minuti, nessuno di noi aveva avuto ancora il coraggio di proferire parola. In quei momenti, niente poteva ancora distogliere dalle nostri menti da ciò che ci era appena capitato. Nessuno di noi era ferito.
E fu così che abbandonati dal destino, soli e in un luogo imprecisato, aspettiamo forse d morire, e io per sconfiggere la paura scrivo!

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