“Il mistero dell’Isola Prima, VII capitolo: “La prima stella del cielo”

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CAPITOLO VII
– La prima stella del cielo –
– Giorno settimo –
Questa notte non sono riuscito a chiudere occhio. Sono distrutto. Dalle pareti prospicienti, calava radente ogni quindici respiri, un’enorme quantità d’acqua. Temevamo che i rivoli addossati alle varie pareti, potessero allagare da un momento all’altro i vari ambienti. Sembrava che ogni istante essa ci investisse. Ad un’ora imprecisata del mattino, da un pertugio nella roccia che si apriva prospiciente all’argine dove eravamo caduti, si sono mossi dapprima lievemente dei ciottoli, poi dei rumori sinistri sono usciti da quella profonda fenditura, e noi tutti spaventati, istintivamente ci siamo uniti stretti. Da quella atipica oscurità è uscito un uomo alto, nero, con ampie spalle, lunghe ed esili braccia. Ci ha guardato incuriosito, poi siè spostato sulla destra del pertugio, e ha liberato l’uscita. Altri ne furono fuori in un momento, e in meno di una manciata di secondi furono in molti, moltissimi, tutti davanti a noi che ci osservavano con lunghe lance al loro fianco. Ho pensato fosse la fine.
Quello che credevo il capo, ha mosso alcuni passi verso di noi. Ho scoperto in seguito esserlo veramente. Non aveva niente di diverso dagli altri, ma lo caratterizzava uno sguardo estremamente intelligente, austero, e allo stesso tempo rasserenante. Comunicava con gli occhi il suo solido temperamento. Si è diretto senza esitazione dal Rigacci. Sapeva che egli fosse il nostro superiore. Non so come. Forse dall’abbigliamento più curato e dal cappello che indossava. Si è abbassato dinanzi a lui, gli ha sollevato lo sguardo prendendogli il volto da sotto il mento. Indirizzò i suoi occhi verso quelli del nostro comandante, e sorridendogli ha detto qualcosa che non sono riuscito a comprendere. Poi, ha passato le mani sul suo volto, come si fa quando si incontra la donna amata o un amico fraterno. Il Rigacci gli ha sorriso e ci ha guardato comunicandoci con lo sguardo che quegli uomini erano nostri amici. La cosa che mi ha lasciato esterrefatto e così pure gli altri miei compagni, è che parlano una lingua praticamente incomprensibile, ma nonostante questo, nessuno sa spiegarsi come, ognuno di noi intende perfettamente il significato delle loro parole! E’ come se tale linguaggio fosse stato abbandonato in una qualche arcana parte del nostro cervello e risvegliata poi come per incanto. Allo stesso modo di quando un uomo nasce in una città straniera e poi vi fa ritorno molti anni dopo. Comprende ciò che gli altri uomini dicono perché la lingua è dentro di lui, anche se egli pareva averla rimossa o dimenticata. Ci ha detto di alzarci e di seguirlo, egli si chiama, abbiamo scoperto, Sinkè. Gli altri componenti del gruppo, ci furono dietro in un attimo e come noi si incamminarono in uno dei tanti passaggi che il loro capo ci invitò a imboccare. Tale fenditura, era il risultato di anni e anni di erosione delle acque, che erano riuscite con il tempo ad aprirsi un varco in quella terra rocciosa e costipata. In alto – incredibile! – il soffitto era d’acqua, ed erano le acque che dapprima navigavamo! Lo strato che divide i due ambienti è liquido e quel liquido si pùò. Non riesco a capirci niente. Mi incammino, senza sapere dove siamo arrivati e che cosa ci potrà capitare…
– Giorno settimo, sera –
Penso a come sono stato fortunato a rinchiudere la carta e gli strumenti per la scrittura in un panno di tela incerata. Senza la possibilità di scrivere sarei morto. Peccato per gli acquarelli, che ho dimenticato a bordo. Ci siamo fermati per una pausa e ho scritto quello che ci è capitato in mattinata. La stanchezza mi ha sopraffatto e mi sono addormentato in un momento. E’ bastata che la tensione si abbassasse di poco, che il mio fisico ha reagito spengendo le mie energie in un istante. La mia mente ha ceduto, come il fuoco nel bosco fa, quando il cacciatore vi getta della terra umida dopo il banchetto. E si spegne inesorabilmente, senza che vento riesca ad animarlo di nuovo. Adesso siamo in un posto meraviglioso, tutto circondato da rocce che paiono levigate dalla mano dello scultore più capace. Un torrente passa dinanzi a noi e di fianco un lago azzurro pare ascoltare silenzioso le nostre conversazioni. Io ho legato particolarmente con un ragazzo che si chiama Ibrai. Lo scrivo come lo sento pronunziare. Mi ha detto che i nostri compagni, sono finiti come noi sotto le acque dell’isola “Prima” giorni addietro, e che adesso sono al sicuro al loro villaggio. Siamo dinanzi ad un enorme fuoco. Il giovane, mi ha offerto della carne squisita e dei frutti carichi d’acqua dal sapore dolciastro. Quest’isola si chiama “Tama”, che nella loro lingua significa “la più grande, o la più magnifica”. Ho inteso alcune cose di questi luoghi che hanno in parte colmato un vuoto terribilmente ampio nel mio animo. I cunicoli che abbiamo percorso, sono da secoli utilizzati da questo popolo per sfuggire in caso di necessità alle popolazioni limitrofe e lontane che paiono essere belligeranti e con la mania di conquistare terre altrui. Ognuna delle sette isole è collegata a quella attigua da medesimi percorsi sotterranei che si estendono a tutto l’arcipelago. Per quanto riguarda lo strato liquido che separa come soffitto la parte superiore delle gallerie, neanche loro sanno spiegarsi per quale strano fenomeno naturale questo possa accadere. Alla fine di ogni percorso sotterraneo, si può riguadagnare la superficie attraverso delle polle d’acqua nelle quali detto liquido ha una strana consistenza, la stessa consistenza mi è stato detto letteralmente “dell’aria del mattino”. Anche a loro pare un miracolo il fatto di poter tranquillamente respirare l’acqua che separa le due porzioni di gallerie. Per questo motivo, i cunicoli sono venerati dal loro popolo e considerati sacri. Lo spirito di Acriòn infatti, è il re dei cunicoli, ed è il loro Dio più grande. Ad esso vengono dedicati banchetti ogni luna piena. Domani usciremo dalla terra, in prossimità delle pendici della montagna che abbiamo scalato. Ci porteranno a conoscere il loro re. Dio mio! Se penso a dove sono capitato. Così lontano dalla mia terra, in un luogo che nessuno sa dove si trova.
– Giorno ottavo –

Sono talmente eccitato… ci siamo ricongiunti ai nostri compagni! Essi, avevano come noi, peccato di eccessiva curiosità e durante la nostra assenza, si erano ritrovati nei cunicoli al di sotto dell’isola. Precipitati al di sotto delle misteriose acque che fungono da separazione di quelli che io scherzosamente definisco “mondi paralleli”. Al villaggio ci hanno intrattenuto dapprima con banchetti succulenti, poi ci hanno deliziato con tipiche danze locali. I profumi che si respirano durante dette cerimonie di benvenuto sono straodinari. Non ho mai percepito odori più seducenti, fragranze più delicate e ammiccanti. Per non parlare dell’atmosfera che si è venuta a creare tutta intorno a noi.
Abbiamo conosciuto il re, Ibrai Iusu III, persona straordinaria, di grande umiltà e intelligenza. Al capitano, e quindi a noi tutti simbolicamente, ha donato un oggetto di grande bellezza. Una specie di libro, ma con fogli di uno strano materiale, simile al legno per lucentezza e alla pietra per consistenza. Su ogni pagina o come la si vuole intendere, vi sono incisi una serie di aforismi che variano per argomento; amore, giustizia, amicizia, caccia, religione, donne, natura, genere umano. Per conoscere la massima in tutta la sua completezza è necessario però, riuscire ad intuire l’argomento appena accennato di ognuna, sovrapponendo una specie di regolo, quello esatto fra i tanti disponibili, con inciso la sua seconda metà. Codesto metodo, viene utilizzato allo scopo di insegnare ai giovani abitanti del villaggio, il pensiero dei saggi e dei capi fondatori che si è tramandato nei secoli sia oralmente che in forma scritta. Io ho tentato di appuntarmi alcune frasi che ritenevo meritevoli d’essere rimembrate, ma il libro mi è sempre stato prestato per pochi minuti. Nella pagina dedicata alle donne ho letto ad esempio: “Anche la donna dal passo leggero può lasciare impronte profonde nel cuore di un uomo”. Oppure, in quella riservata alla vita; “La belva feroce si comporta come il giorno che passa inesorabile. Uccide l’uomo lentamente, mangiandone ancora vivo il volto e il cuore”. E ancora, “La stella più brillante del cielo non è quasi mai la più vicina a chi l’osserva”. “Il tramonto più bello nasconde quasi sempre nuvole lontane, invisibili anche agli occhi del pescatore più esperto ”… Ve ne sono a centinaia, di bellissime, e mi sono promesso che durante il viaggio di ritorno le trascriverò tutte. Adesso tenterò di dormire, cercando di seguire il consiglio del primo ministro del re, Demba, che reputa la terra “il miglior cuscino per l’uomo permeato da naturale stanchezza, dopo il seno della donna amata, che lo è, dopo l’inebriante stanchezza dell’amore”. Riconosco questa massima, pagina trentasettesima, verso sedicesimo del libro che ci ha donato il re Ibrai Iusu III.

– Giorno nono –

Il mio cuore è rapito. Attendevo questo momento da una vita! Dentro le sue tenere pareti ho desiderato per anni di poter scrivere in modo indelebile il nome di una splendida fanciulla, ed ora lo incido. Sindàke. Almeno così ella lo pronuncia. Nella sua lingua significa “La prima stella del cielo”, niente di più idoneo le poteva appartenere. Proprio una stella. E proprio la prima, dopo l’imbrunire, quella che ci lascia increduli. Non ho mai veduto una ragazza di tale splendore. Anche i miei amici sostengono che sia incredibilmente bella. Quasi un’apparizione, irreale. Ha il carnato del colore della nocciola e gli occhi neri come la nuvola carica di pioggia. Che viso splendido! La sua pelle – da tanto è morbida e lucente – non sembra frutto del generoso lavoro della natura, ma pare ottenuta dalle sostanze che si trovano all’interno di talune radici, delle più rare s’intende. Il suo odore, è quello dei frutti più dolci, che si possono trovare solo in questi magici territori. Ha i palmi delle mani e dei piedi come colorati d’oro. Il suo corpo non ha eguali in perfezione. Il suo sorriso, sembra un filo di miele che scende lieve dall’alveare. Ogni volta che mi guarda, dal basso di quell’incantato albero, attendo con ardore il prossimo rivolo dorato.
Ci siamo conosciuti in tarda serata. Nel primo pomeriggio siamo arrivati ad un villaggio dove per l’occasione, vi sono riuniti tutti i
componenti della varie tribù. Gli abitanti in tutto sono quattrocentosette, centottanta uomini e duecentoventisette donne. Queste ultime, per precauzione, sono arrivate più tardi. In un primo momento – follia – non avendo mai veduto una femmina, pensavo che si trattasse di una popolazione di soli uomini. Ci hanno portato doni splendidi, frutta e cibo, oggetti di meravigliosa esecuzione, statuette dei loro dei, collane e monili di rara bellezza. E loro stesse, il dono più gradito dalla maggior parte di noi. Sindake mi ha portato del cibo squisito e una collana di fiori durante il banchetto in nostro onore. Credevo che fosse casuale, invece ho scoperto che lei, mi ha scelto fra tutti noi. Sono bastati pochi sguardi per accendere quel mitigato focolare che tenevo dentro al petto. Indossava e indossa bei vestiti, fatti con pelli finemente lavorate. Ha un seno generoso, sostenuto da una striscia intrecciata con foglie di piante locali. E in vita, la cinge una sottana ridotta ad una fascia in stoffa leggera, tinta di un rosso tenue, morbido, che fa trasparire i suoi bellissimi glutei e fa risaltare lo splendido colore del suo corpo. Ai bracci e alle caviglie, porta bracciali di legno e monili forgiati da materiali locali derivati dalla lavorazione di coralli e uova di uccello. Al collo, indossa una collana lunghissima, fatta di minuscole pietre nere, allacciate una all’altra con degli eleganti nodi dorati che risaltano la loro bellezza. Splendore mio Dio! Se solo potessi averla, anche solo per una notte. Pare forgiata dalla pietra, tanto il suo corpo è liscio e compatto. Debbo dire, che nonostante io sia ammaliato in modo straordinario dalla bellezza di Sindàke, quasi tutte le giovani donne del villaggio sono incantevoli. Anche altri componenti della ciurma come me, hanno perso la testa per altrettante ragazze, ed è un vero piacere per gli occhi e per lo spirito vedere uomini che hanno riacquistato interesse nell’amore e nel desiderio fisico. Devo tentare di coricarmi con lei. Stanotte.
– Giorno decimo –
Non sono riuscito a chiudere occhio. O meglio, ho avuto qualche breve tratto di sonno, sognando brevemente la mia amata e io che stretto a lei, teneramente, la accarezzavo ai margini di un fiume. Ella invece, non ha potuto dormire con me. Tradizione. Ho saputo che da secoli le ragazze vergini debbono coricarsi all’interno del cerchio di sassi che a terra delimitano il confine ultimo del villaggio. Il pensiero di lei che dorme a cento braccia di distanza da me mi fa impazzire. Abbiamo navigato per giorni, e adesso è qui, ad una manciata di passi da me e non posso averla. E’ il mio sogno erotico. Sarà la diversità che c’è fra lei e le donne della nostra terra, quella pelle ambrata, lucente, ma qualcosa dentro di me sembra esplodere ogni volta che colgo un suo sguardo. La bramo più di Madonna Beatrice, la figlia del Taccola, il macellaio in S. Croce, che anni addietro ho tanto desiderato. Sindake è figlia di uno degli anziani, consigliere personale del re. Quinta di sette figli. Suo padre, ha un ruolo molto importante all’interno della comunità e credo quindi che debba – non so come – starle alla larga, ma stamani ci siamo comunque rivisti, ho solo potuto parlarle seduto su di una buffa sedia, sotto la supervisione di una donna anziana che le fa da tutrice. D’altronde, comprendo, anche se a malincuore; ha solo quindici anni. Ma non riesco comunque a mitigare i sensi, il desiderio, che come un fiume in piena mi ha travolto e mi travolge. Una doccia calda, che sgorga al di sotto di una cascata ottenuta dalla spremitura di migliaia e migliaia di dolcissimi frutti. Vorrei urlarle quanto la desidero, ma sarebbe puerile e prematuro.
Nel pomeriggio gli uomini del re, ci hanno portati in piccoli gruppi a visitare taluni splendidi luoghi nel primo entroterra. Luoghi incantati che vorrei tanto calcare di nuovo con la mia adorata fanciulla. Vedo coi suoi occhi, penso con la sua mente, memorizzo immagini dopo immagini allo scopo poi di descriverle ciò che ho veduto e farla partecipe delle mie emozioni. Ho i sensi amplificati. Tocco le cose e percepisco quasi ciò che sta dentro gli oggetti, gli alberi, dentro i loro “corpi” apparentemente senza vita, comprendo richiami ancor più forti che in alcuni esseri umani. Cammino e avverto il peso, la presenza di chi già è passato in quei luoghi, in quegli anfratti, in quei posti arcani. Sento il respiro di chi mi ha preceduto, il passo di coloro che mi seguiranno. Ho costantemente un leggero pizzico alla base dello stomaco, che sovente mi accompagna, ovunque vada, al pensiero di rimirarla. Ho colto una decina di magnifici fiori che le ho portato in dono alla sera.
Durante la cena, eravamo tutti dinanzi ad un grande fuoco e parlando, abbiamo scoperto cose sconcertanti! Questa popolazione conosce tecniche avanzatissime di pesca e di navigazione. Quello che ha più di ogni altra cosa ha lasciato senza parole la ciurma tutta, sono state le rivelazioni sui punti nave per il nostro ritorno a casa. Ipotesi perfettamente concordi con quelle dei nostri capitani. Conoscono perfettamente il cielo, e non so come, sono in grado di disegnare in un amen una rotta a seconda della latitudine e delle stelle più brillanti. Chiamano tutto in un modo diverso dal nostro, ma il tutto per ognuno di loro in fondo è il medesimo per ciascuno di noi tutti. Hanno esperienze mediche straordinarie e conoscono alla perfezione, ogni sacrosanta proprietà derivata dalla lavorazione di corteccia, radice, bulbo, fiore, pianta o chi che sia. Dalle nostre parti sarebbero finiti tutti sul rogo a furia di passare il tempo a investigare proprietà con pozioni e a fare esperimenti con polveri e misture varie. Ecco cosa capita a chi ha la libertà di agire nell’interesse della comunità tutta senza restrizioni di sorta, in una sola parola << evoluzione >>, e benefici per ognuno. Abbiamo affrontato il mistero, per così dire, dei tuberi che ci hanno portato fino qua. La radice si chiama Mata-mà, ovvero “radice del benessere” e viene utilizzata anche da loro per abbassare febbri alte dovute al morso di insetti o di animali. Ci hanno detto che la mistura più idonea è molto complessa e ci hanno fatto dono della composizione ideale per poter ottenere il miglior risultato. Con le radici che abbiamo preso, visto il bassissimo dosaggio che occorre, possiamo curare febbri alte per una decina di anni alla popolazione di una grande città. Adesso, tenterò di dormire, dopo aver masticato foglie di sabithè, che secondo il mio amico Gabith, spegne un poco il bruciore d’amore che sta nel cuore di un uomo e facilita il riposo. Lo spero.

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