In Maremma dilaga la moda della Cannabis tra gli agricoltori

GROSSETO-Nella zona della Maremma molte aziende agricole (una trentina), stanno fiutando il dilagare della moda della ‘cannabis light’ e per questo si sono messe a coltivare canapa senza però informarsi bene anzitutto su quale varietà di pianta poteva essere seminata al fine di immetterla in commercio, e soprattutto senza avere un’idea delle fasi successive a quella del raccolto.

Risultato: molti imprenditori maremmani hanno in mano decine, se non centinaia, di chili di infiorescenze di canapa e non sanno cosa farci perché non esistono, al momento, grossisti specifici. E i quattro negozi che a Grosseto vendono cannabis light non possono assorbire l’offerta in quanto due sono in franchising e rivendono solo prodotti della casa madre, e due hanno un’autoproduzione che consente loro l’autosufficienza.

Una di queste aziende che si autoproduce la canapa ha poco più di un anno di vita e si chiama ‘Canapa di Maremma’. Questa azienda, ad esempio, coltiva a canapa un terreno poco più grande di mezzo ettaro. Altre aziende hanno fatto scelte diverse.

Una cosa importante è la rete di distribuzione. “Se non hai quella, non vai da nessuna parte – spiega l’ideatore e amministratore Alberto Maffuccini – Noi abbiamo tre negozi e quindi abbiamo già chi ci vendere il prodotto: siamo noi stessi. Poi abbiamo studiato il marketing per avere appeal sul mercato. Insomma, abbiamo fatto come si fa per qualsiasi altro tipo di impresa; investimenti iniziali. Non ci siamo messi a seminare canapa a caso, nella convinzione che terzi avrebbero poi acquistato le nostre infiorescenze al fine di rivenderle al dettaglio. Ce le vendiamo da soli”.

Sul perché a Grosseto ci siano ben 4 negozi di cannabis light e decine di agricoltori che provano a fare produzione di canapa per inserirsi nel mercato, Maffuccini non indica un motivo preciso. «Il mercato c’è, funziona – riprende – Anche se ultimamente è un po’ ‘inquinato’, appunto, da produttori che non trovando uno sbocco commerciale alle loro fatiche sul campo, provano a recuperare tramite amicizie e conoscenze».

Insomma, pare di capire si faccia un po’ come con l’olio extravergine di oliva: lo si fa per casa, poi se ne dà una bottiglia all’amico, una al vicino di casa, una al cugino e così via. “Così facendo, però – conclude Maffuccini – si dà noia a un mercato regolare, fatto di certificazioni e qualità. Perché un prodotto acquistato in negozio lo si riconosce da un profumo e una consistenza del tutto diversi da infiorescenze improvvisate nel campo”.