Sesso, giornalismo e altri rimedi: l’intervista a Carlotta Vagnoli

(di Giacomo Bernardi) – Pochi giornalisti riescono ancora oggi, nell’epoca del ‘tutto e subito’, delle fake news e della comunicazione alla velocità della luce, a risultare credibili, interessanti ed avanguardisti. Pochissimi riescono a trattare temi scomodi e delicati con sensibilità e schiettezza. Ancora meno riescono a svelare i lati più nascosti di quei profondi tabù che si celano in una società figlia dell’apparenza e degli occhiali da vista con le lenti finte. Una fiorentina bella e coraggiosa, però, da anni ci riesce. Si chiama Carlotta Vagnoli, fa la sex columnist e collabora attivamente con testate di rilievo nazionale come Playboy e GQ. Abbiamo parlato con lei di comunicazione, di giornalismo e di una grande battaglia in nome di tutte le donne d’Italia.

Sesso e giornalismo, ma non solo. Senza peli sulla lingua, sempre. Questo è ciò che contraddistingue il tuo inconfondibile stile di scrittura, il tuo modo di fare la giornalista, la sex columnist. Rappresenti ormai un punto di riferimento, grazie alle tue molteplici collaborazioni, per molti lettori. Soprattutto donne. Qual è la tua forza, il tuo segreto? 

Oddio di segreti non ne ho poi molti. Ho sempre prediletto una sorta di rispetto verso me stessa, ho cercato di apparire costantemente senza filtri o alterazioni di quella che è poi la mia personalità. Ognuno ha un punto di forza, e trovarlo è possibile solo se si è il più fedele possibile alla propria natura. Nel mio caso che sono una persona sincera, ironica, ma molto ancorata all’aspetto sociale ed etico delle cose. Un bel mix di divertimento ma anche contenuti. Detesto le cose sterili, come quelle pagine dei social fatte solamente di foto o selfie o opere senza alcun spessore, contenuto, storia. Basta davvero poco per creare una propria identità stilistica e un contenuto coerente ad essa. Solo che la gente pensa che per avere del seguito non serva poi molto. Domandati sempre: hai qualcosa da raccontare a chi ti guarda? Se sí, sei sulla buona strada.

Credi nel futuro del giornalismo? La professione del giornalista, del cronista, del redattore è ancora un’ambizione perseguibile dai giovani? 

 L’editoria è un mondo assurdo. Tendenzialmente vige spesso quella stupida, ignobile regola del “ti paghiamo in visibilità” e anche i fee per le collaborazioni sono da miseria, sembrano più prese in giro che compensi. A molti quindi passa la voglia di scrivere e nuotare in questo marasma. Le redazioni ormai sono ridotte all’osso, ed è molto difficile entrarvi stabilmente. Ci vuole sicuramente una buona dose di determinazione, spalle coperte (regaz, non so come dirvelo, si fa la fame) e dedizione alla causa. Non avevo alcuna speranza fino ad una mattina di giugno in cui Mentana annuncia l’intenzione di creare il suo giornale, assumendo giovani giornalisti e collaboratori promettendo un regolare stipendio (anche dignitoso) e una rivoluzione verso un modo di fare giornalismo classico, puro. Sono entusiasta del progetto e non vedo l’ora che esca.

Oggigiorno tutto è stato già detto, niente ha il sapore di novità e la comunicazione va alla velocità della luce, come può riuscire un professionista a sorprendere scrivendo?

 I temi sono ovviamente ricorrenti e spesso ci si trova a scrivere di cose similari agli altri colleghi. Quando succede io penso (nerd) alle grandi correnti stilistiche della letteratura. Prendi tipo il romanticismo. Tutti parlavano di amore e amore e morte e decadenza e mancanza di terre natali e malattie truci tipo tubercolosi o cancrena degli arti, ma usando linguaggi diversi. Lo stile, la chiave di lettura del tema, sono strettamente personali. Dare soggettività al punto di vista essenzialmente è la cosa che rende unici, quindi consiglio di sviluppare una propria idea del soggetto e poi muoversi nella narrazione per raggiungerla e chiuderla.

Hai un modello, un grande giornalista, un personaggio a cui ti ispiri? Come e dove nasce la tua grande passione per la scrittura?

La passione per la scrittura nasce da bambina. Giocavo con mio padre che mi sfidava ad inventare filastrocche e poesie. Giocavo nella sua biblioteca piena di libri, è venuto quasi naturale che diventassi un topo di biblioteca: leggevo ovunque. Nei lunghi viaggi in auto, in attesa dal medico, nel carrello seduta sul seggiolino. Ovunque. Posso sicuramente affermare che un personaggio fondamentale sia dunque stato mio padre, che ha un acume raro nelle idee ed è una penna incredibile. Stimo ovviamente la serie di sex columnists passate e presenti che mi ha dato ispirazione e determinazione: Anka Radakovich di GQ UK, Tracey Cox, Karley Sciortino e via dicendo. Ho poi sempre ammirato le grandi giornaliste di inchiesta e le inviate nei territori di guerra. Viene da sè che Lilly Gruber sia stata e tuttora sia il mio mito indiscusso.

Recentemente ti sei fatta portavoce, sui social e non solo, di un movimento, di un atto di denuncia gravissimo: #losapevanotutti. E adesso lo sanno proprio tutti, anche grazie a te. Vuoi raccontare ai nostri lettori la vicenda? 

Federico Fiumani dei Diaframma ha portato alla luce questa storia di molestie e abusi su genova, da parte di una persona addetta ai lavori di editoria e promozione musicale. Molte ragazze sono state molestate e la vicenda è di un torbido imbarazzante, non mi addentro nei dettagli che reputo ancora privati e preziosi in vista dei procedimenti legali che stanno per avviarsi. Con Bossy ci stiamo prendendo cura di chi ha subito violenza, stalking e anche altri torti legalmente rilevanti attuati da questa persona negli anni. Offriamo assistenza legale e psicologica. L’idea ci è subito balenata in mente quando si è aperto questo vaso di Pandora: non avremmo mai e poi mai lasciato da sole le ragazze e ci teniamo ad offrire loro tutta la protezione possibile. Per questo non sto parlando con giornali o televisioni scegliendo un marmoreo silenzio stampa: nessuna delle loro storie verrà da me o dalle ragazze di Bossy data in pasto ai media. Si tiene anche a precisare che il sistema è totalmente sbagliato, non vogliamo la caccia all’uomo: il cerchio di omertà, di far finta di nulla, di dare poco peso alle molestie, è quello il centro del nostro hashtag #losapevanotutti. Ed è per questo che mi sono unita a Bossy dando voce a questa battaglia: perché si possa arrivare a dire che lo sapevano tutti e tutti lo hanno denunciato. Che nessuno ha più girato la testa dall’altro lato, facendo vincere la paura e l’ignoranza.