Italiani mammoni? Il nostro valore aggiunto

(di Andrea Spadoni) – È di ieri la notizia che gli italiani sono uno dei popoli più “mammoni” d’Europa. Secondo i dati diffusi da Eurostat, il 66 per cento dei giovani tra i 18 e i 34 anni vive ancora a casa con i genitori, ben oltre la media europea. Gli organi di stampa, pubblicando questa notizia, tagliano i titoli in senso negativo, aggiungendo: “peggio di noi solo Grecia, Croazia e Malta”.

Al di là della facile “giustificazione” di chi – giustamente – fa notare all’opinione pubblica che se i giovani di oggi restano a casa, molto spesso è perché l’economia attuale del nostro paese non permette alla generazione in questione di avere un’indipendenza finanziaria, a me piace mettere in evidenza un aspetto che ritengo molto importante e che supera la visione puramente legata ai soldi e al lavoro. Perché poi ci sono le persone che studiano fino a 25 anni e iniziano a lavorare stipendiati a 30 e che, una volta laureati, si scontrano con la triste realtà della mancanza di opportunità qualificate per il percorso di studi portato a termine. Ma questa è un’altra storia.

La società dei mammoni, che a leggere i giornali sembra un mondo alla deriva, senza speranza, di gente che sta lì ad aspettare la pasta e fagioli della mamma, in realtà, dal mio punto di vista è il punto di forza dell’Italia, della nostra cultura. L’italia, in particolare le tantissime zone di provincia che compongono il nostro paese, per fortuna, sono rimasti i pochi esempi in Europa e nel mondo, in cui si respira ancora l’importanza della famiglia, della famiglia unita.

Esiste ancora quella struttura sociale in cui, semplicemente per amore, ci si sostiene uno con l’altro, si costruisce, si condivide, si fanno progetti insieme, si cresce insieme, si aumenta di numero, si invecchia insieme: nonni, nipoti, genitori. Senza mai staccarsi. Ben vengano le opportunità, ben venga il mondo globale che ci porta a guardare anche oltre confine per sognare un futuro migliore di quello che spesso, nei paesi, è già scritto appena si nasce. Ben vengano le culture diverse, le esperienze, ben venga la ricerca a tutti i costi del successo, ben venga la libertà. Esplorare, riempirsi di esperienze ci fa crescere e fa crescere la nostra comunità. Ma non è per tutti così.

Per molti la famiglia è il faro. Il punto di riferimento. Il motivo di una vita. E non è una questione di essere mammoni. Siamo anche la nazione delle piccole imprese artigiane in cui l’arte del padre passa al figlio, delle piccole imprese dove si lavora tutti assieme in quel capannone che per la famiglia rappresenta vita, speranza, futuro. Ma anche storia, territorio, radici. Siamo il paese dove crescono i migliori prodotti della terra del mondo e penso al vino, al lardo di Colonnata, al pecorino di Pienza e potremmo proseguire all’infinito. Dove si produce con amore un prodotto che ci permette di vivere grazie alla sua commercializzazione, ma che per molte famiglie è una missione da generazioni. Siamo il paese in cui il cognome ha un valore ed è un simbolo. Un motivo per cui alzarsi la mattina e andare avanti e dimenticarci che il tempo passa e basta e non torna mai indietro. Siamo il paese in cui si costruiscono imprese con il sogno di lasciarle ai nostri figli e poi ai nipoti.

Per questo, il paese dei “mammoni” che detta così sembra il paese dei falliti, diventa il paese della famiglie. Quel luogo non luogo perfetto in cui stare vicini e percorrere questa vita infausta e spesso troppo breve, accanto alle persone che amiamo. Perché non saremo sempre noi ad avere bisogno dei nostri genitori, ma anche i nostri genitori ad avere bisogno di noi. E noi non li avremo abbandonati. Saremo lì a scrivere le pagine del nostro futuro insieme.