La festa del “papà” o del “babbo”? La risposta della Crusca

FIRENZE- Il verso toscano rabbrividisce al solo pensiero di sentirsi chiamare “papà”. La diatriba tra “papà” e “babbo” era una questione tipicamente ottocentesca, ma ancora oggi tormenta le numerose sfumature dialettali dello stivale.  La primissima diffusione del termine “papà”, divenne una sorta di questione sociale, dove “i ricchi preferivano “papà”, al contrario le persone del popolo, quindi più genuine, prediligevano “babbo”, soprattutto in Toscana.  Non a caso, ancora oggi si suol dire “figlio di papà”, mentre “figlio di babbo” non funziona proprio.

L’espressione “papà” è un vecchissimo francesismo, usato tradizionalmente anche nel nord Italia, data la contiguità di area, mentre “babbo” risulta una espressione autoctona, ovvero assolutamente locale. I dizionari sono soliti identificare tale espressione come  “voce affettiva “,in realtà nel toscano tradizionale è anche voce denotativa.

L’italiano moderno, accanto a “papà”, accetta “babbo” come forma familiare affettiva, presente in tutti i dizionari: entrambe le parole, infatti, costituiscono due “forme tipiche del primissimo linguaggio infantile, costituite dalla ripetizione di una sillaba, perlopiù formata dalla vocale a e da una consonante bilabiale (p, b, m), i suoni più facili da produrre per i bambini”.

“Niente di più naturale: “babbo”, così come “papà” e “mamma”, è una delle prime parole che un bambino pronuncia – spiega la dottoressa Matilde Paoli della redazione della consulenza linguistica dell’Accademia della Crusca– I termini affettivi per “padre” e “madre” hanno questo tipo di origine: forse non molto interessante per un erudito, ma certamente molto bello”.

 

“Ché non è impresa da pigliare a gabbo / discriver fondo a tutto l’universo, / né da lingua che chiami mamma o babbo“, si legge nell’Inferno dantesco, quando all’inizio del canto XXXII il poeta è in cerca delle parole più adatte per descrivere il fondo dell’universo. Sebbene nell’opera “De vulgari eloquentia” Dante condanni fermamente l’uso delle parole “mamma” e “babbo”, classificandole come termini puerili, è facile osservare quanto l’espressione alternativa per riferirsi alla figura paterna fosse diffusa in Toscana fin dall’antichità. Oggi, però, i toscani sono tra i pochi a usarla, ma non gli unici. Il termine “babbo”, infatti, è diffuso nella medesima accezione anche in Romagna, Umbria, Marche, Sardegna e nel Lazio settentrionale

Nella recente indagine “La lingua delle città” per misurare l’italiano parlato, è emerso come la parola “babbo” stia progressivamente perdendo terreno: in Sardegna, riporta Paoli, in particolare nelle zone di Cagliari e Sassari, il termine “papà” risulta infatti sempre più diffuso. Al contrario, “babbo natale” viene sempre preferito a “papà Natale”, mentre lo stesso termine “babbo” è apparso recentemente in una pubblicità televisiva.

A prescindere da ogni diatriba linguistica,auguri a tutti:
papà o babbi che siano.