Morta bruciata, l’associazione Luna si costituisce parte civile

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LUCCA – Accorciare i tempi della giustizia, certezza della pena, finanziamenti certi per i centri anti violenza, formazione a tutti i livelli. Sono queste le richieste del centro antiviolenza dell’Associazione Luna Onlus, presentate questa mattina nel corso di una conferenza stampa alla quale hanno partecipato la presidente Daniela Caselli, dottor Giuseppe Fanucchi, dello sportello uomini maltrattanti, Piera Banti, medico del pronto soccorso di Lucca e coordinatrice del Codice Rosa di Lucca, oltre agli avvocati dell’associazione.

Il caso di Vania Vannucchi, uccisa nei giorni scorsi a Lucca, ha riportato l’attenzione su un problema che non può essere sottovalutato: le donne vittime di violenza hanno paura a sporgere denuncia. Non si fidano, temono che la situazione degeneri ulteriormente, in breve non si sentono protette.

«Lucca ha un Codice Rosa che funziona, il nostro Centro Antiviolenza cammina, pur fra le difficoltà, con le proprie gambe. Eppure non è bastato – dicono dall’associazione -. Le istituzioni si facciano delle domande, perché finché ci sarà anche solo una donna che sceglie di subire la violenza in silenzio senza denunciare, significherà che non stiamo facendo abbastanza».

L’Associazione Luna, attiva sul territorio dal 1999, si costituirà parte civile nell’omicidio Vannucchi: «Cambieremo lo statuto se necessario – commentano – abbiamo già sentito il notaio».

 

Dati Centro Antiviolenza 2016

In totale le donne che si sono rivolte al Centro Antiviolenza dall’inizio dell’anno sono 87, di cui 40 sono state prese in carico dal Codice Rosa.

La maggior parte delle utenti sono italiane e provengono dalla Piana di Lucca.

Come arrivano al Centro? Tramite il passaparola, quindi materiale informativo, media, televisioni, social network. Altre arrivano dal pronto soccorso, dai servizi sociali o consigliate dalle forze dell’ordine.

In aumento anche i numeri delle case rifugio: dal gennaio di quest’anno sono state ospitate 24 donne e 29 minori rispetto alle 16 donne e 22 minori dell’intero 2015. In maggioranza straniere, l’età media di chi letteralmente “scappa di casa” per sfuggire alla violenza, va dai 30 ai 50 anni, non mancano giovanissime sotto i 20 anni e alcuni casi di signore anziane. Dato positivo: tutte o quasi hanno sporto denuncia.

Come sostenere le donne nel liberarsi dalla violenza?

La parola d’ordine deve essere prevenzione. La prevenzione passa inevitabilmente dalla «formazione»: formazione nelle scuole e dei docenti che siano in grado di trasmettere agli studenti il rispetto delle scelte altrui «Chi lavora con i bambini ha un canale preferenziale per arrivare a riconoscere potenziali situazioni di violenza, purtroppo però quando abbiamo provato a fare formazione gli insegnanti non sono venuti» dichiarano.

Ma anche formazione degli attori della «rete» che opera contro la violenza sulle donne e firmatari dei vari protocolli.

Formazione infine anche dei giornalisti, perché i Mass media diano notizie e informazioni puntuali attente a non minare la credibilità delle donne: «L’uso delle parole è importante: dare giustificativi a chi usa violenza, mettere in piazza la vita privata delle donne, non aiuta. Serve solo a giudicare moralmente le vittime».

Stilare protocolli operativi con procedure condivise per un sistema investigativo che accorci i tempi delle indagini e dell’emissione di misure restrittive e protettive dopo le denunce. «Tre mesi minimo per avere le misure restrittive – dicono gli avvocati dell’associazione – e per una donna in casa rifugio sono tre mesi agli arresti domiciliari, figli compresi».

La riforma di un sistema giudiziario e legislativo che ad oggi tende a perdonare chi uccide le donne (riti abbreviati, attenuanti generiche, stati di momentanea follia ecc…). Pene certe, fine pena-mai.

Sistema che favorisca il rinserimento sociale e lavorativo delle donne vittime di violenza (stage lavorativi, voucher formazione, microcredito – supporto alle soluzioni abitative).

E ancora finanziamenti certi e continui ai centri antiviolenza e per le case rifugio che permettano a professioniste di lavorare in continuità. «Non ci si può basare sulla buona volontà degli operatori, dei giudici, dei medici – aggiungono -. Noi abbiamo due case rifugio: circa 2mila euro il mese di affitti. Poi bollette, manutenzioni ecc. I Comuni pagano le rette delle donne che vengono accolte, dopo 8 o 9 mesi. Con la Legge 119 erano stati stanziati 12mila auro l’anno per tre anni da destinare alle case rifugio, ma siamo fermi al 2013. Gli ultimi due anni non sappiamo dove siano finiti».

«Ricordiamoci che dietro ogni donna uccisa, picchiata, maltrattata ci sono i figli e famiglie distrutte la società ha il dovere sociale e morale di impedire tutto questo. I CAV e le case rifugio a loro collegate, lavorano tutti i giorni 365 gg all’anno, è un lavoro silente e riservato – concludono dall’associazione Luna -. Molte donne che si sono rivolte a noi potevano fare la stessa di Vania, fine che molte volte abbiamo evitato e i numeri parlano per loro. Le storie invece rimarranno chiuse nelle stanze del CAV perché le donne sappiano che vi è uno spazio a loro dedicato e protetto e mai giudicante».

Numeri del codice rosa

Attivo dal 1 gennaio 2012: ha visto passare 1490 persone, 1305 adulti e 185 minori. Degli adulti il 70% sono donne che vanno fiduciose al pronto soccorso perché sanno che possono trovare risposte.

«Dal 2009 al 2011 a Lucca sono state uccise 12 donne. In 4 anni e mezzo mai più un femminicidio, e questo da quando è attivo il codice rosa – spiega la dottoressa Piera Banti coordinatrice del Codice Rosa -. Ma abbiamo bisogno di fondi: la violenza colpisce ogni sfera della vita dell’individuo. Quelle più intime, fisica, psicologica. Non ci si può improvvisare di fronte alla violenza. Il codice rosa vede ogni giorno vittime: questa notte tre donne di cui una con 3 bambine. Già segnalate e prese in carico. Perché la politica si muova, non si deve arrivare ad avere il morto».

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