Oncologia: migliora la terapia medica del cancro del colon-retto

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PISA – Come si usa dire oggi in gergo tecnico, si tratta di risultati practice changing, volendo intendere che, cambiando la pratica clinica, possono fornire un beneficio immediato per i pazienti di tutto il mondo. L’assoluta rilevanza è sottolineata dalla pubblicazione sulla prestigiosa rivista di riferimento internazionale The New England Journal of Medicine.

Lo studio clinico denominato Tribe sul cancro del colon-retto ha dimostrato un netto vantaggio in pazienti che ricevono un trattamento iniziale con una combinazione di tre farmaci chemioterapici in confronto ad un approccio più convenzionale con soli due farmaci. In entrambi i casi, i pazienti hanno ricevuto in combinazione alla chemioterapia anche un anticorpo antiangiogenico, bevacizumab. La ricerca, coordinata dal professor Alfredo Falcone (a destra nella foto) – oncologo dell’Azienda ospedaliero-universitaria pisana – è tutta italiana. E’ un progetto promosso dal gruppo cooperativo Gono, acronimo di Gruppo oncologico del nord-ovest, ma condotta in 33 centri oncologici su tutto il territorio nazionale.

Il professor Falcone e il suo gruppo hanno cominciato a studiare questa particolare combinazione di farmaci intorno al 2000 e, da allora, hanno pubblicato molti lavori significativi sull’argomento, ma con quest’ultima ricerca ne hanno provato definitivamente l’utilità clinica. “I tre risultati più determinanti che abbiamo ottenuto con la combinazione che chiamiamo Folfoxiri associata a bevacizumab – spiega Falcone – sono una maggiore riduzione del volume tumorale, un maggiore controllo dell’evoluzione della malattia in termini temporali e un’aspettativa di vita che, per la maggior parte dei pazienti trattati, ha superato i 30 mesi. Vi sono più pazienti in vita a distanza di 5 anni e oltre dall’inizio della terapia con il nuovo trattamento rispetto a quello convenzionale”.

Il tumore colo-rettale si conosce sempre di più e molto meglio, si diagnostica sempre più precocemente grazie ad efficaci programmi di screening e le procedure chirurgiche sono sempre più raffinate. Purtroppo, dal punto di vista della terapia medica della fase avanzata, in confronto ad altre condizioni – un esempio tra tutti il carcinoma mammario – si è faticato maggiormente per ottenere risultati tangibili.

“Non è da poco pensare – aggiunge Falcone – che per pazienti nelle stesse condizioni di quelli inclusi nello studio Tribe, solo venti anni fa l’aspettativa di vita si poteva stimare intorno ai 12 mesi”.

Il dottor Fotios Loupakis (a sinistra nella foto), primo autore della pubblicazione precisa: “Il lavoro che abbiamo compiuto è un successo su due fronti. Il versante clinico, e quindi il beneficio che ai pazienti ne deriverà, è certamente il più importante e il motore principale di tutti i nostri sforzi. I pazienti candidati a questo tipo di trattamento devono rispondere a semplici criteri clinici di selezione applicabili da tutti gli specialisti oncologi medici e pertanto questa terapia è fattibile da subito in qualunque centro. In secondo luogo, però, è fondamentale notare che questi risultati sono stati ottenuti da una ricerca cosiddetta no-profit, ovvero accademica e non industriale o commerciale. Gli studi clinici sono progetti impegnativi e costosi che, nel caso di iniziative come la nostra, promossa da un gruppo di ricerca indipendente e spontaneo, sono sostenute da parziali supporti di case farmaceutiche, da donazioni private e fondi pubblici ma anche e soprattutto dall’impegno di medici, ricercatori, infermieri e data-manager che, molto spesso, si spingono ben oltre il normale orario di servizio per fare ricerca. La dottoressa Chiara Cremolini (nella foto), co-autrice e coordinatrice delle analisi biomolecolari dello studio, ci tiene ad aggiungere che: “Questo non è un punto di arrivo, è un’importante tappa intermedia. Purtroppo il tumore, o parte di esso, sa già in partenza o impara nel corso del trattamento a sfuggire anche alle terapie più efficaci. Comprendere al meglio i meccanismi di questo fenomeno, che tecnicamente chiamiamoresistenza, è una sfida storica dell’oncologia, la cui vittoria è sempre più alla nostra portata. A questo proposito siamo già al lavoro su ulteriori analisi dello studio Tribe da cui raccoglieremo informazioni fondamentali nell’ideazione e conduzione di ricerche future, alcune delle quali già in cantiere”.

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