Un’emorragia silenziosa che sta ridisegnando il volto commerciale e sociale della città, spegnendo le insegne del vicinato e lasciando intere strade al buio. Negli ultimi dieci anni, il tessuto economico di Pisa ha registrato la perdita netta di 93 bar, 14 ristoranti e 5 tra gelaterie e pasticcerie.
Il quadro a tinte fosche emerge dall’indagine demografica “Pubblici esercizi e movida: la demografia d’impresa nei centri storici”, che fotografa i flussi di apertura e chiusura delle aziende tra il 2015 e il 2025. Il dato più allarmante riguarda la periferia e i quartieri esterni alle mura: a crollare sono soprattutto i bar al di fuori del centro storico, con ben 84 saracinesche abbassate, pari a una contrazione del -35% in un solo decennio.
A pesare sulla sopravvivenza delle micro-imprese fisiche è una congiuntura economica caratterizzata dall’aumento esponenziale dei costi fissi e da un carico fiscale non più sostenibile.
“Quello dei bar è il settore più in difficoltà, anche se tutti gli altri purtroppo mostrano un segno negativo – spiega con preoccupazione la presidente di Fipe Confcommercio Pisa, Daniela Petraglia -. Si va dal -14% di gelaterie e pasticcerie ai cali più contenuti del -3,8% della ristorazione con servizio e del -1,5% del take away. Questa realtà fa i conti con modelli di consumo in rapida evoluzione e con una desertificazione che sta impoverendo la nostra città. Parliamo di imprese flagellate da costi di gestione insostenibili, da una pressione fiscale imperdonabilmente schiacciante a ogni livello e dal rincaro generale di utenze e materie prime”.
Per frenare l’ondata di chiusure, Confcommercio Pisa lancia un pacchetto di proposte shock destinate sia alle amministrazioni locali sia al Governo centrale, partendo da un plauso alle recenti misure del Comune di Pisa, che ha recentemente istituito l’Albo delle Botteghe Storiche e dei presidi di vicinato (Epic).
L’associazione di categoria chiede l’introduzione di una detassazione totale per 5 anni per tutte le nuove aperture. Sul piano macroeconomico, l’imperativo è riequilibrare il peso fiscale che schiaccia le imprese fisiche tradizionali a fronte di prelievi irrisori applicati ai colossi del commercio online.



