Quella depenalizzazione che rende ingiustizia…

( di Fabrizio Bartolini ) – Quella depenalizzazione che rende ingiustizia…

Con il decreto legislativo n. 7 del 15 gennaio 2016 si è avuta una abrogazione di una serie di reati sostituendoli con corrispondenti illeciti puniti con sanzione pecuniaria civile.

Si tratta dei reati di ingiuria, danneggiamento semplice, falsità in scrittura privata e appropriazione indebita, tutti ex reati perseguibili a querela.

Per questi reati oggi non si potrà più agire in sede penale.

Prende, infatti, il posto della querela una azione di risarcimento danni in sede civile che la parte potrà esperire a proprie spese e che potrà portare alla applicazione di una sanzione pecuniaria oltre all’accoglimento della domanda di risarcimento del danno.

La sanzione, seppur emanata in sede civile, trova la propria ratio in un concetto prettamente punitivo: è intrasmissibile agli eredi ed il provento è devoluto alla Cassa delle ammende.

Ora sul punto doverosa è sicuramente una riflessione.

Se accedere al giudizio civile non costasse denaro la soluzione deflattiva potrebbe anche essere auspicabile in quanto la persona offesa otterrebbe il risarcimento e la punizione dell’autore e l’ordinamento intascherebbe denaro.

Ed è forse proprio la necessità di intascare denaro più che una idea vera di giustizia e di tutela dei cittadini il vero motivo che alberga nell’intento deflattivo del legislatore.

Lo Stato, si sa, ha bisogno sempre e continuamente di denaro e la macchina della giustizia è sicuramente un bel congegno per spremere soldi ai contribuenti.

Nessuno può sostenere che il nostro ordinamento abbia dato effettiva attuazione all’art. 24 comma 1 Cost  .”Tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi”.

Si dovrebbe aggiungere a questo comma un inciso: non tutti ma solo chi se lo può permettere!

Viviamo in una società dove troviamo, da un lato, molte persone sulla soglia di povertà e dall’altra persone veramente benestanti.

I poveri se non possono attingere all’istituto del gratuito patrocinio per assicurarsi la tutela civile dovranno pagare di tasca in quanto il giudizio civile costa.

Ed ecco che allora molti di loro lasceranno perdere ottenendo quell’effetto deflattivo voluto dalla riforma ma a danno della giustizia.

Dall’altro lato i poveri saranno però svincolati dall’osservare i precetti sanzionati con pena civile non avendo nulla da perdere ed in questo caso sarà la persona offesa a doverne subire le conseguenze portandosi addosso il peso di una ingiustizia contemplata ed, anzi, voluta dal nostro Stato.

Se, ad esempio, un soggetto mi danneggia l’auto ma questi non ha niente da perdere mi dovrò tenere i cocci e pagarmeli di tasca perché nulla potrà essere fatto contro chi nulla ha da perdere.

Quindi per alcuni – ma non per tutti – danneggiare, offendere, falsificare scritture sarà come bere un bicchier d’acqua.

Ed ecco quindi che anche un altro principio costituzionale viene violato: quello dell’art. 3 cost che stabilisce che “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge”.

In realtà questa eguaglianza non c’è perché alcuni resteranno impuniti mentre altri pagheranno anche per i nullatenenti.

E l’offeso si asterrà da intraprendere azioni civili inutili e costose preferendo investire quel denaro per riparare i danni causati da chi rimarrà impunito.

Quanto ai ricchi. Bè costoro potranno offendere o danneggiare il povero che non avrà i mezzi per pagarsi una azione civile e comunque potranno comprarsi la libertà di commettere illeciti senza dover subire più alcun processo penale.

Ma dall’altro lato della medaglia anche loro dovranno subire le offese che quel nullatenente gli rivolgerà anch’egli con la certezza della impunità.

Benvenuti nella tutela della ingiustizia.

Per approfondimenti visitate il sito www.bartolinistudiolegale.com

 

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