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Renato Santini a Villa Bertelli: Il lirismo del vero all’ombra del Maestro Viani

Si è aperta tra le eleganti mura di Villa Bertelli, a Forte dei Marmi, una mostra che non è solo una rassegna antologica, ma un atto di giustizia poetica verso uno dei figli più schivi e profondi della Darsena viareggina. “La fedeltà al vero: trent’anni di pittura di Renato Santini”, curata con la consueta acribia da Elisabetta Matteucci, è stata inaugurata nella Sala Ferrario davanti a un pubblico numeroso, segno tangibile di quanto il nome di Santini vibri ancora nel cuore della Versilia.

Taglio del nastro

All’evento, che ha visto gli onori di casa del presidente della Fondazione Villa Bertelli Ermindo Tucci e della vicepresidente Annalisa Buselli, hanno partecipato la curatrice e il figlio dell’artista, Antonello Santini, testimone di un’eredità umana e artistica che attraversa quasi tutto il secolo scorso.

Il discepolo prediletto: l’incontro con Lorenzo Viani

Per chi conosce la storia di Viareggio, parlare di Renato Santini (1912-1995) significa inevitabilmente evocare l’ombra monumentale di Lorenzo Viani. Santini non fu solo un allievo, ma colui che meglio di chiunque altro seppe raccogliere il testimone del Maestro senza farsi schiacciare dalla sua debordante personalità.

L’incontro fatale avvenne nel 1926. Viani, il gigante dell’espressionismo tragico, vide in quel giovane che lavorava la cartapesta nei capannoni del Carnevale un talento purissimo. Santini frequentò lo studio di Viani, ne assorbì la lezione etica e la vicinanza agli “ultimi”, ma operò una trasformazione stilistica straordinaria: laddove Viani urlava il dolore dei vinti con segni feroci, Santini scelse la via del silenzio e della contemplazione lirica. Fu proprio Viani a spingerlo verso i grandi palcoscenici nazionali, un’intuizione confermata nel 1934 quando la sua opera Donne di marinai venne acquistata da Palazzo Pitti.

Un realismo dell’anima: le opere in mostra

L’esposizione di Villa Bertelli si concentra su un trentennio cruciale, dai primi anni Trenta alla metà degli anni Cinquanta. È il periodo in cui Santini definisce la sua cifra stilistica: un realismo lontano dalla retorica, intriso di una malinconia darseneuta che trasforma baracche di pescatori, “straccali” portati dalle mareggiate e nature morte in simboli universali di dignità e solitudine.

Il figlio Antonello Santini

Mentre negli anni ’60 il sodalizio con Renato Guttuso avrebbe portato la sua pittura verso un rigore ancora più solido, la selezione di opere in mostra ci restituisce il Santini più autentico: quello che esplora la darsena vecchia con occhi nuovi, capace di geometrizzare le forme (precorrendo certe istanze post-cubiste) senza mai perdere il contatto con la terra e il mare.

Un’eredità da riscoprire

La mostra di Forte dei Marmi, che resterà aperta fino al 1 marzo, rappresenta un’occasione imperdibile per comprendere come la “scuola viareggina” non sia stata solo un fenomeno locale, ma una declinazione altissima del Novecento italiano. Vedere oggi queste opere significa immergersi in quella “fedeltà al vero” che per Santini non era cronaca, ma destino.

Come esperti e amanti del nostro territorio, non possiamo che salutare con entusiasmo questa riscoperta: Renato Santini ci insegna che si può essere modernissimi restando fedeli alle proprie radici di salsedine e sabbia.

Cc


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