La sponda del letto cede, piegata di colpo. La finestra è aperta. Un istante dopo resta solo il vuoto: il detenuto si butta di sotto. L’agente non si ferma, lo segue. Si lancia anche lui. L’impatto è devastante. Oggi, a distanza di oltre vent’anni, il Tribunale lo riconosce “vittima del dovere”: dopo una lunga attesa, per lui scattano i benefici previsti dalla legge.
È il 2 luglio 2005. L’agente della polizia penitenziaria è assegnato al piantonamento di un detenuto ricoverato all’ospedale Torregalli. L’uomo è instabile, già protagonista di gesti autolesionistici. A un certo punto forza la sponda a cui è ammanettato e si getta dalla finestra, da circa cinque metri. La fuga dura pochissimo. L’agente lo insegue, ripercorre lo stesso salto.
Riesce a raggiungerlo, a trattenerlo per qualche metro. Poi il fisico non regge. Le fratture sono multiple: arti inferiori e superiori, polso, gomito. Un politrauma grave. Interventi chirurgici, placche, viti. Da quel momento non sarà più idoneo al servizio operativo. Per anni, quella caduta resta una vicenda personale, senza riconoscimenti.
Nel 2018 arriva la richiesta allo Stato per il riconoscimento dello status di vittima del dovere. Nessuna risposta. Si apre il contenzioso. È il giudice del lavoro di Firenze, oggi, a ricostruire e qualificare i fatti. Nella sentenza si evidenzia come l’agente abbia agito “per scongiurare l’evasione di un detenuto” e come le lesioni siano maturate “nel contrasto ad ogni tipo di criminalità”. Un passaggio decisivo: in questi casi, non è richiesto un rischio straordinario, è sufficiente che il danno si verifichi nello svolgimento delle funzioni.
Da qui il riconoscimento dello status, che – sottolinea il tribunale – “ha natura di status” e dunque non si prescrive. La consulenza medico-legale quantifica le conseguenze: invalidità complessiva del 41%, con stabilizzazione già nel 2010. Questo apre la strada ai benefici: assegni vitalizi, esenzioni, assistenza.
Non integralmente. La sentenza esclude la speciale elargizione nella misura massima: manca il presupposto della perdita definitiva del lavoro, perché l’agente avrebbe potuto accedere ad altre mansioni. Un limite tecnico, ma determinante.
Resta il nucleo della vicenda: un inseguimento finito nel vuoto, un corpo che si spezza e un riconoscimento arrivato dopo anni. “C’è soddisfazione per la sentenza – commenta l’avvocato Andrea Bava –. Parliamo di una persona che si è sacrificata per adempiere al proprio dovere, riportando ferite gravissime. Tutele come queste sono essenziali”




