“Si può essere fotografi senza farlo o farlo senza esserlo”. Il lucchese Filippo Brancoli Pantera si racconta

LUCCA – (di Bianca Leonardi) Da Lucca a New York, dalla Corsica a Parigi passando per le coste dell’Africa con un click. La fotografia negli occhi e nel cuore di un artista, nel senso più completo che possa esprimere.
È Filippo Brancoli Pantera che, con la sua macchina fotografica, riesce a farci vedere un mondo ricco di colori e sfumature, una realtà che all’apparenza non sembra come realmente è.

Filippo è un animo in continua ricerca, con quella sensibilità e vulnerabilità propria di chi ha a che fare con l’arte, un’arte che sembra semplice e immediata e in questo sta la sua bellezza ma che nasconde profonde radici culturali e magistrale conoscenza.

Lucchese, con un’esperienza da giramondo instancabile, rinuncia a un importante contratto con una grossa agenzia americana di fotografia per restare attaccato a quell’ideale di arte a cui aspira, forse è da pazzi visto i tempi ma in realtà questa azzardata scelta rende ancora di più questo artista autentico e legato a quei valori che difficilmente oggi occupano un importante ruolo nella vita di tutti noi.
Torna a Lucca, passando da Milano ad Ediburgo, perché Lucca è il suo posto e perché solo il “suo posto” attraverso la conoscenza profonda del territorio può far esplodere ancora di più la creatività di Filippo. Una decisione importante nella vita dell’artista, che in questo modo, è riuscito a preservare quella libertà intellettuale che gli permette di vivere del suo sogno, senza vincoli legati a una società che si basa prima sul mercato e poi sul talento.
Numerose le apparizioni di Filippo Brancoli Pantera in tutta Europa e nel mondo che, attraverso i suoi scatti, fa vedere la sua realtà, cogliendo particolari impercettibili legati a un percorso di conoscenza del territorio che va di pari passo alla comprensione di un percorso di vita importante.

Arles Voies Off (Arles, France), Cons’Arc (Chiasso, Switerland), OnArte (Minusio, Switzerland, Fondazione Museo Lindenberg (Lugano, Switzerland), Maxxi, Open Museum Open City, with Documentary Platform (Rome, Italy), International Center of Photography (NYC, USA), Dak’Art, Biennale Arte Contemporanea (Dakar, Senegal) sono solo alcuni dei luoghi che hanno incontrato la sua arte.

Abbiamo parlato con lui che ci ha raccontato la sua storia, le sue esperienze, le sue difficoltà e la sua voglia di raccontarsi che passa attraverso il suo cuore e poi attraverso i suoi occhi.

Come e quando nasce la passione della fotografia?
Io credo che, anche se all’epoca ovviamente ignoravo la questione, il mio rapporto con la fotografia nasca da quando ero piccolo. Le persone si avvicinano alla fotografia in due modi di solito, uno riguarda l’atto del guardare, che può essere anche un vero e proprio bisogno fisico. Io ne ho bisogno, ne sono dipendente, appunto fin da quando ero piccolo. Interagisco, creo un rapporto, investigo e faccio esperienza del mondo che ho di fronte in modo quasi totalizzante – ed anche appagante – con lo sguardo. Se vengo privato di uno sguardo attivo (tipo se vado tutti i giorni nel solito posto, passando dalla solita strada, con le solite condizioni di luce, per cui il mio sguardo in qualche modo si anestetizza) ne sento subito la mancanza, perché perdo uno dei canali più grandi che mi mettono in comunicazione con quello che mi circonda. Allora se posso faccio una strada diversa, poco importa se più lunga, l’importante è che si possa instaurare una relazione visiva attiva.

Come essere umani tutti noi abbiamo nel senso della vista quello di gran lunga più sviluppato, ma solo per alcuni di noi però l’utilizzo di questo senso crea anche una sorta di piacere/bisogno.

Tutto questo – detto in modo molto personale – sta più o meno dietro alla definizione di essere fotografo, contrapposta a quella di fare il fotografo.
Al primo la macchina fotografica non serve (finchè si accontenta di avere immagini nella sua testa e basta ovviamente) per il secondo invece è fondamentale un rapporto con lo strumento. Per cui alla fine uno può anche essere fotografo senza farlo, o farlo senza esserlo. Ma il discorso è probabilmente molto più complicato di come ho provato a ridurlo ed è meglio che mi fermi qua prima che non ci si capisca più nulla.

Hai deciso, dopo una laurea a Firenze, di volare a New York. Quanto è diverso il mondo dell’arte, specialmente della fotografia, negli Stati Uniti?
Sono mondi molto diversi a prescindere dall’arte o meno, nel senso che quello che cambia è il mondo del lavoro stesso. Qui la tendenza – spesso ovviamente e non sempre – è quella che identifica chi è un fotografo … con chi ha una macchina fotografica professionale. Esperienza, curriculum, in una parola la professionalità conta molto poco, conta solo la cosa più stupida – con rispetto parlando – ovvero la macchina.

 

Perchè hai deciso di tornare nella piccola provincia lucchese e non provare a inseguire il tuo sogno in America?
L’America non esiste, io lo so perché ci sono stato” dice il personaggio di un film di Alain Resnais.
Io ci credo nel sogno americano, e molto anche, ma non credo che sia ormai così connesso con l’America stessa. Anche se senza dubbio New York è la città più bella e fantastica dove abbia vissuto (le altre sono Milano ed Edimburgo) ho capito dopo un po’ – e anche con una certa sorpresa – che mi stava offrendo un modo di vivere che non era quello al quale ero interessato, anche per il discorso dello sguardo che si diceva prima. All’epoca in realtà io pensavo che sarei rimasto a vivere lì per sempre, poi un giorno scoprii che evidentemente qualcosa dentro di me era cambiato. Stavo parlando con il direttore di una grossa agenzia fotografica di NY, Redux Pictures, e dell’eventualità di lavorare per loro sotto contratto. Lui mi disse che aveva pensato alla cosa e che sì, si poteva fare, mi chiese quindi cosa ne pensassi io. La mia risposta stupì entrambi probabilmente, perchè gli chiesi con aria interrogativa e preoccupata se non stesse per caso pensando ad un contratto con una durata troppo lunga. Mi guardò un po’ sorpreso, come a dire guarda che di solito quella battuta spetta a me. Al che calammo le carte, 5 anni era la sua offerta, 1 anno la mia controproposta, boom, trattativa saltata. Peccato, era una brava persona Marcel, avremmo potuto fare qualcosa di bello assieme. Questo fatto mi fece ovviamente riflettere, e anche chiedermi se non fossi ammattito del tutto o cosa visto cosa avevo fatto saltare. Nel giro di un paio di mesi avrei poi lasciato la città e me ne sarei tornato in Italia.

Cosa preferisci fotografare e perchè?
Appunto … sono 9 anni ormai che porto avanti un percorso di ricerca sul territorio, un lavoro abbastanza lento e profondo che investiga il paesaggio sia sul piano dello spazio, sia sul piano del tempo. Avevo cominciato già quando vivevo a NY a riflettere su alcune cose che avevano per me un’importanza notevole. In questo devo dire che gli studi americani sono stati assai importanti ed utili. Dopo una fase della mia vita dove le parole fotografia e ritrattistica quasi si sovrapponevano perfettamente, ero giunto in un’altra fase dove la sovrapposizione funzionava se al posto della ritrattistica avessi inserito la parola paesaggio. Paesaggio nel senso di territorio, ma anche più semplicemente di luogo, di spazio fisico. E’ stato un passaggio lungo e profondo, in cui i maestri del paesaggio americano, ma anche quelli europei, sono stati buoni profeti. Quello che ognuno di loro ha fatto, che si chiami Stephen Shore, Robert Adams, Joel Meyerowitz, Gabriele Basilico o l’amico Massimo Vitali è sempre un tentativo di capire il mondo nel quale vivono attraverso la macchina fotografica. Ora non è che basti prendere una macchina fotografica, metterla in mezzo tra noi ed il mondo, e aspettare che come per magia noi cominciamo a capirlo questo mondo. Ma la macchina fotografica può diventare lo strumento che sta alla fine di un processo di comprensione, di analisi e di esperienza del mondo stesso. Io almeno sono convinto di questo. Ed esserne convinti provoca delle conseguenze importanti. Prima fra tutte, quella di dover avere a che fare con un paesaggio (luogo, territorio) che se si vuole rappresentare lo si deve conoscere molto bene. Conoscerlo nella sua estensione spaziale è la cosa più semplice ed intuitiva – vai in giro ed osserva – , conoscerlo nella sua evoluzione temporale invece richiede uno sforzo ulteriore. Alla fine le modifiche, le interpretazioni ed utilizzazioni passate sono quasi sempre visibili sulla superficie di un territorio, che sia un paese o una città, una pianura o una collina, anche una foresta riesce addirittura a parlare della sua storia e di quella dei suoi abitanti attuali quanto di quelli passati. Se li conosci, se ne conosci la storia allora riesci a vederla anche sul livello presente. Ecco la fotografia, questo tipo di fotografia in particolare, ha bisogno di un substrato fisico e culturale sul quale poter fare presa, altrimenti risulta – più che difficile – inutile.

In questa società in cui, attraverso i social, tutti facciamo fotografie dove trovi il tuo posto?
Io ti confesso che mi diverto molto con i social, non è tanto e solo un discorso di far vedere il proprio lavoro (anche perchè se speri di esser notato lì…) ma ci trovo anche un sacco di spunti, di curiosità, insomma non sento la competizione con i social, lì le immagini devono essere in grado di reggere l’attenzione per poche ore, quelle che faccio – idealmente – dovrebbero reggere per sempre. Certo se volessi tanti like alle mie foto … metterei foto diverse, ma mi sta bene così.

 

L’esperienza più importante che hai vissuto grazie alla tua professione?
Questa fase della mia vita e della mia carriera è sicuramente quella più importante, quella in cui mano a mano procedo ed analizzo un nuovo pezzo di territorio della nostra cultura. E quando mi riferisco alla nostra cultura la intendo in senso assai ampio, come deve d’altronde essere la cultura … se non è ampia e non aiuta ad ampliare la mente non è propriamente una buona cultura. Quindi da fuori casa mia si arriva fino al Nord Europa ed alle coste del Nord Africa e oltre … per quello in qualche modo ti dicevo che alla fine New York mi stava stretta… se comparata ad un’area del genere. Ma d’altronde questa è l’area che sento come mia, quella di cui ho studiato e conosco la storia, la cultura, le lingue ed è quella con cui posso entrare in relazione attraverso la fotografia.

Quanto è difficile (o facile) essere un fotografo in provincia? Ci sono occasioni per questo tipo di professione?A questa domanda rispondo sinteticamente … si è difficile, soprattutto se cerchi un minimo di approvazione e riconoscimento, se invece te ne sbatti ci stai benissimo. Io come ci sto? Alterno, però sta sempre a noi essere in grado di tirar fuori quello che c’è di buono, qualcosa c’è sempre.

Cosa hanno i paesaggi per catalizzare così la tua attenzione?
Che sono mondi con dentro altri mondi.
Attraverso il paesaggio il mio intento è quello di portare allo spettatore un sacco di cose diverse, e come contenitore può essere assai capiente, Ma non è soltanto l’estensione spaziale che mi interessa del paesaggio, quanto anche le sue possibilità di lettura verticali, seguendo quindi il corso del tempo. Facciamo un paio di esempi, lo scorso anno ho avuto la possibilità di fare un lavoro sul paesaggio della Corsica, un progetto che sarà esposto al prossimo Photolux Festival in autunno. Tutti conosciamo più o meno la Corsica, ma uno dei modi migliori per conoscerla a fondo e capire cosa stia succedendo adesso è offerto dal paesaggio stesso che sta mostrando grandi segni di cambiamento. Le seppur poche e relativamente piccole città, come ad esempio Bastia, stanno lentamente espandendosi e sfilacciandosi, dopo un migrazione rurale dalle campagne alla città adesso si assiste al fenomeno inverso, molti abitanti preferiscono lasciare la densità dei centri abitati per andare verso la campagna, dove prezzi e spazi a disposizione sono più favorevoli a nuovi insediamenti. E così pure è in cambiamento il paesaggio rurale. La massiccia presenza di aziende vinicole di qualità, favorita dalle conoscenze tecniche importate dalla Francia continentale e da aiuti economici comunitari, riduce notevolmente un’attività di tradizione secolare come quella della pastorizia. Io se sia meglio o peggio non lo so, e non spetta a me dettare le linee guida, però posso – attraverso il mio sguardo e con una macchina fotografica – rendere visibili queste dinamiche.

Questa estate invece avrò modo di lavorare a lungo sul paesaggio agrario a Nord di Parigi, un progetto nuovo e molto stimolante. Ovviamente anche a livello locale ci possono essere un sacco di elementi interessanti, non occorre guardare troppo lontano: l’ultimo con il quale sto entrando in contatto riguarda i boschi e le foreste della Toscana. Un progetto appena in fase embrionale ma che penso possa svilupparsi bene. Sono partito dalla costa e dall’analisi delle famose pinete del litorale toscano, quelle per intenderci della parte Nord della Toscana, tra Viareggio e Livorno. Non tutti sanno che questo elemento così familiare per noi – il pino domestico – con la sua inconfondibile chioma che immediatamente ci porta alla memoria l’estate ed il calore del sole, in realtà è frutto di alcune scelte diciamo imprenditoriali dell’800, quando si decise di investire sul commercio del suo seme, il pinolo. Prima le famose pinete erano soprattutto popolate da … lecci. Condizione che molto lentamente sta tornando allo suo status iniziale visto che il commercio del pinolo non è più in auge. Quindi anche da un elemento così apparentemente poco umano come un bosco, una foresta o una pineta, in realtà abbiamo la possibilità di approfondire il discorso e scoprire un sacco di cose che ci riguardano molto da vicino.

Filippo Brancoli Pantera è così: sicuro, intelligente e ambizioso. Nelle sue parole si evince quella voglia di passare oltre le occasioni che si presentano nella vita per restare sempre fedele a se stessi e alla propria arte. Una genuina umiltà unita alla consapevolezza del proprio talento rendono Filippo un uomo appassionato che prende in mano la propria vita cogliendo ogni volta qualche particolare in più e vivendo in questo modo ogni giorno una nuova.
In un mondo in cui spesso apparire è più importante che essere questo artista è l’esempio di quanto invece l’essenza di quello che ci circonda è ciò che davvero conta.