Siamo stati.

(di Claudia Castellucci)

Io e te siamo stati.
Stati come essere, al passato. E stati come i Paesi, confinanti e separati. Siamo. Siamo presente solo se vicini alla parola stato e io mi ci sono aggrappato come a un paracadute. In aria, in discesa libera. Ho abbracciato una parola come si abbraccia un’idea. A pieno, di pancia, con l’entusiasmo di chi crede fermamente di poter cambiare il futuro. Il presente, persino il passato. 
Sono incapace, sono umano. Non controllo il tempo né lo spazio ma sono felice di fallire, sai? perché io lo voglio quell’amore disperato. Lo voglio quell’amore che è stato. Stato troppo: infantile adulto disordinato spassionato lacerante illuminante muto assordante senza notti senza giorni senza possesso e con chilometri di pelle scoperta da accarezzarti fino a ricordarmi ogni centimetro di quel corpo.
Voglio ricordarmi quel corpo così com’era, ricordarlo perfetto. Per-fetto come se io mi chiamassi Fetto e fosse per me. Per-Fetto e di nessun altro. Voglio ricordarmi delle notti a ridere e dei croissant a colazione, a pranzo, a cena.
Voglio pensare a te quando leggo quegli stupidi titoli di articoli sull’amore della vita e di quanto sia diverso dall’anima gemella.
Voglio pensare a te come all’acqua. Sempre te stessa e così diversa nei tuoi stati. Quando smetti di essere liquida e diventi ghiaccio, cambi Stato. Non ti posso più toccare senza bruciarmi la pelle, ma non posso smettere di vederti. Anche da lontano, dal confine.
Trasparente. Tu per me lo sarai sempre.