“Sono solo un artigiano di storie”: Bobo Rondelli si racconta

LIVORNO – (di Bianca Leonardi) In una mattina di quasi estate, con il mare che fa da sfondo nella “Bella Livorno” ho incontrato il cantautore e lupo di mare Bobo Rondelli.
Un uomo, un artista o come lui si definisce “artigiano di storie”, un padre ma con l’animo di un bambino e quell’ingenuità che traspare dagli occhi con cui guarda il mondo, il suo mondo.

Labronico fiero e convinto inizia la sua carriera nel 1992 cimentandosi in cover band per poi formare la sua band, gli “Ottavo Padiglione” che prende il nome dal reparto psichiatrico dell’ospedale di Livorno e che riscuote fin da subito un discreto successo soprattutto grazie ai testi di Rondelli, introspettivi ed ironici, folkloristici ma reali e che si pone come specchio di un cultura, quella toscana, che racchiude un modo di essere cinico e spassionato.

All’apparenza forse un po’cupo e sulle sue ma con un animo sensibile e una voglia di gridare al mondo le sue idee, così appare Bobo Rondelli, in tutta la sua semplicità che nasconde un’intelligente ironia, mai banale.

Ieri autore scapestrato, oggi padre di due figli che segue con attenzione e amore, con una passione smisurata per la musica che lo accompagna da una vita, che forse è la sua stessa vita, quella musica fuori da ogni schema di mercato ma che arriva dritta al cuore. Sincera e autentica, esattamente come è lui.

Un clown dagli occhi tristi, un attore della vita, un solitario che nasconde una smisurata dolcezza, a tratti sfacciato, dissacrante e controverso ma con quella voglia di combattere che trascina chiunque incontri sulla sua strada.
Così, Bobo Rondelli, ci ha raccontato la sua vita, dagli esordi alla sua visione di una società in cui “nonostante non lo sia di natura, è impossibile non essere arrabbiati”.

Quando hai capito che la musica era la tua strada?
L’ho capito quando mio padre mi portava a lavorare in cantiere. Lui era capo cantiere e dall’età di 14 anni andavo con lui per guadagnare i primi soldi. Questo mi ha fatto venire la voglia di non andarci più e non posso far altro che ringraziare mio padre.

Sei il primo in famiglia ad aver intrapreso un percorso artistico?
Si sono il primo e l’unico. I miei mi hanno sempre appoggiato più o meno ma solo perché di solito si prende di mira il fratello maggiore e io ne ho uno che fa il finanziere, siamo come Caino e Abele ma non si sa chi sia Caino e chi Abele.

In una città come Livorno quanto è stato difficile intraprendere questa strada?
Il problema principale della provincia è che non ci sono scambi artistici, anche se crescendo però poi ho capito che non mi piace la parola “artista”, se sono stato o sono qualcosa mi piace definirmi “artigiano di storie”, artista mi sembra troppo. Non mi piace neppure frequentare i cosiddetti artisti ma preferisco le perone comuni che hanno più cose da raccontare, alla fine io ho quelle origini.

A chi ti ispiri?
Non lo so. Quando scrivo parlo sia di me stesso che delle storie di altre persone in cui trovo ispirazione o meglio le faccio mie, vivendole. C’è chi va dallo psicologo e chi come me prende un microfono in mano per raccontarsi, la differenza sta nel fatto che non sono io a pagare ma mi faccio pagare! Allo stesso tempo c’è il rovescio della medaglia che consiste nel mettere me stesso in “piazza” e spesso mi trovo nudo davanti a tutti e questo può essere pesante essendo inevitabilmente nel mirino della gente e sotto il loro giudizio.

A primo impatto potresti sembrare una persona cupa che mette in soggezione. Sei davvero così?
No, assolutamente! Sono una persona anche troppo dolce però, come dico spesso, “i demoni cercano gli angeli forse per farne un trofeo o chissà. Magari a essere sempre buoni, per trasgredire si annoiano”. Io ne conosco tanti, sono grandi amici dei pazzi. Non esiste il bene e il male, è una sorta di pazzia essere troppo buoni . Sicuramente sono un depresso, come fai a non esserlo avendo due figli nel mondo adesso? Non è una scusa essere depressi ma è inevitabile.

Cosa insegni ai tuoi figli?
Niente. Gli dico semplicemente quello che non devono fare ma alla fine sono dell’idea che dobbiamo dare noi il buon esempio altrimenti tutte le parole diventano solo retorica. Posso incitarli solo a seguire ciò che gli piace e ciò che veramente rende felici loro, a prescindere da cosa sia.

La tua musica ha accompagnato a accompagna tutt’ora intere generazioni ma nonostante questo hai sempre mantenuto un pubblico di nicchia, senza mai risultare inflazionato.
ll vantaggio di non essere inflazionato è che ad ogni concerto prima di fare mille persone devi farne 100 e devi rincominciare ogni volta, è sempre una prima volta, è tutta la vita che faccio così. Succede spesso che qualcuno del pubblico mi dice “mi scusi non l’avevo mai sentita” ma cosa c’è da scusarsi, anzi. Le cose improvvisate sono sempre le migliori.
Non mi sono mai avvicinato a un disco che passava in radio a prescindere, per mio spirito di contraddizione.

In questo modo non pensi di esserti privato di qualcosa?
No, perché ho sempre diffidato di chi era dentro alla fabbrica sezione divertimenti, esclusi Beatles e Rolling Stones ma erano altri tempi. Ho fatto comunque contratti discografici ma mi chiamavano il “Bobocop”, il distruttore di case discografiche. Viviamo purtroppo in una realtà discografica in cui se non vendi ti mandano via, a me non appartiene questa dinamica oppure sono io che non riesco a fare belle canzoni.

Qual è la canzone alla quale sei più affezionato?
Non l’ho ancora fatta, anzi si intitola “La sento altro che io”. Come vedi sono un umorista scafato, ho sempre la battuta pronta, sono livornese.

Livorno è spesso nei tuoi pezzi, sei molto attaccato alla tua città?
Dove vuoi che vada? Detesto le grandi città, mi viene l’ansia. A Livorno faccio le mie cose, mi tuffo e vado sott’acqua.
A prescindere dal successo sei rimasto fedele a te stesso?
È immaturo fare l’opposto, alla fine io canto contro, perché poi dovrei passare a quelli contro per fare il vanaglorioso? Almeno così resto sempre a cantare contro. Non so se è semplice o no, secondo me è solo da infantili vivere cercando sempre di essere migliori degli altri, quando invece ti senti merda, merda sei e merda ritornerai. Io mi ci sento anche se rischio poi di diventare egocentrico e devo sempre trovare l’equilibrio.

Che farai, progetti futuri?
Niente. Ho un caro amico che è produttore, a lui verranno le idee.

Quanto conta l’immagine nella tua professione? Usi i social per promuoverti?
Io non uso social, qualcuno ci va per me. Mi sembra un rogo, stiamo diventando spioni delle vite degli altri ed è una cosa che non mi piace e non mi appartiene. Anche i telefonini che mi filmano ovunque mi rendono molto nervoso, spesso mi trovo a chiedere di non filmare ma mi sento rispondere “te sei un personaggio”. Mi fa salire la rabbia questo atteggiamento, non è sempre bello avere a che fare con persone che non ti permettono di portare avanti lo spettacolo. Le persone preferiscono filmare le cose piuttosto che viverle.
Sono arrabbiato con il mondo e con la gente che non ha rispetto perché è impossibile non esserlo, questo mi fa combattere. Non è rabbia a caso, io mi alzo bene ma meno vedo gente e meglio sto.
Alla fine, dopo i miei concerti, la gente va a casa ringraziandomi e ride tantissimo e questa è l’unica cosa importante.“Meno c’hai e più sei libero” diceva Romiti.

Poeta, musicista, cantautore e “ragazzaccio”, irriverente e folkloristico a dimostrazione dell’attaccamento con la sua Livorno ma mai volgare perché portatore di un’eleganza rara, raffinata e rude allo stesso tempo. Nelle parole di Bobo Rondelli si evince la tragicità e l’ironia di chi prende a calci la vita senza perdere mai il senso delle cose, con quella sua ingenua arroganza che cela una poetica timidezza con cui da voce alla sua inquietudine.