Il cavallo come un cane

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VIAREGGIO – ( di Paola Apolloni, del Centro Ippico Il Sentiero ) – Il cavallo come un cane.

 Lo sapevate che circa sessanta milioni di anni fa il cavallo era alto come un cane? Ebbene sì. Esso non era come lo vediamo oggi noi, ma bensì piccolo come un cane ti taglia medio-piccola, e non unghigrado, ma con cinque dita (pentadattilo). Poi, i cambiamenti climatici, la necessità di esso di spostarsi di più e con maggior velocità, lo ha portato ad adattare sempre più il suo corpo, ed in special modo quello della gamba, portando a far sparire quattro dita, ed a farlo diventare un monodattile. Alcune tracce di questa evoluzione ancora oggi sono ben visibili se osserviamo la gamba del cavallo; infatti, vi sono delle piccole escrescenze cornee, poste all’interno della gamba (denominate “castagne”), e nella parte posteriore del nodello (detto “ditino” o “speroncino”). Queste non sono altro che le antiche tracce del “pollice” e del “mignolo” oramai atrofizzati.

Per quanto riguarda la sua alimentazione esso era onnivoro, si nutriva di tutto, per questo che esso non fa parte della famiglia dei ruminanti, ma è un monogastrico con un intestino molto lungo.

Come possiamo vedere la sua evoluzione è passata da essere molto piccolo (Eohippus), sino ad essere il cavallo moderno (Equus). La sua capacità di adattamento al clima, ai fattori nutritivi, ai predatori, e il suo sistema sociale e gerarchico lo ha reso forte e resistente, tantoché l’uomo ne ha fatto uso in numerosi campi (dal bellico, all’agricoltura, dallo sportivo o ludica alla farmaceutica).

Lo stesso Charles Darwin nel suo viaggio intorno al mondo gettò le basi della sua teoria dell’evoluzione affermando che “non è la specie più forte o intelligente che sopravvive, ma quella più ricettiva ai cambiamenti” (1809- 1882). Chi si approccia al cavallo ha a che fare con un soggetto che rispecchia pienamente questa teoria. Pertanto, far sì che esso sia lasciato il più possibile nella sua condizione naturale, permettendo di mantenere la sua forza fisica e la sua capacità di adattamento ai cambiamenti, l’uomo dovrebbe il meno possibile intervenire sulle sue condizioni fisiche. Purtroppo più che interveniamo su esso umanizzandolo, forzandolo in attività, o gestendo in maniera errata la riproduzione, non facciamo altro che renderlo più sensibile e sempre meno difeso, ottenendo sempre più animali delicati non in grado a sopportare i cambiamenti, pertanto li incanaliamo verso una progressiva e lenta estinzione, oltre che ad un attuale malessere.

 

 

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