Ti va un caffè?

(di Claudia Castellucci) – Del caffè sapevo tutto.

Mio nonno aveva aperto la sua bottega in via G. Barbaroux nella Torino anni ‘50, tra scaffali in Palissandro e decine di varietà di caffè. Arabica, Robusta, Excelsa. Da piccolo le immaginavo come fossero eccentriche signore di mezza età. Robusta era la mia preferita. La paladina delle scorpacciate, la giustificazione a tutte le gommose rubate di nascosto e ai rotoloni regina che ballavano sul mio girovita.

Oltre al caffè, nonno proponeva cioccolatini e bonbon, come le chiamava lui. Amava chiamare le cose alla francese, forse perché si vendeva meglio chiamandole così. Faceva figo, elegante. Faceva dandy come oggi farebbe hipster usare Proraso per radersi.

Chissà se il nonno lo immagina, che oggi il caffè è la scusa perfetta per incontrarsi. Che un caffè non è un caffè. È la palla al centro prima di un match. Non puoi inviarlo su Direct o berlo in videochiamata. Devi guardarti negli occhi.

È sociale ma non social.

‘Vediamoci per un caffè’ è ineccepibile. Non troppo impegnativo, ma abbastanza intimo per capire che non puoi declinarlo se vuoi davvero scoprire il motivo dell’incontro. Chissà se Viola lo immagina che dentro al caffè di domani ci sono le mie notti insonni, ci sono io che innaffio le sue piante aromatiche in terrazzo ogni sera. La salvia, il rosmarino, il basilico. Io che le ho sempre odiate, che “al supermercato costano 90 centesimi e noi le coltiviamo”, le dicevo. Ora le innaffio come dipendesse da loro il suo ritorno. Le innaffio come se l’acqua fosse sangue, come se avessero bisogno di una trasfusione. Ma ne ho bisogno io, della trasfusione. Voglio trasfondere Viola. La voglio dentro di me, sotto la pelle, dentro alle vene. Voglio sfidare Sinatra e mettermi Viola anche dentro le ossa.

Chissà se lo immagina che le ho solo chiesto di vederci per un caffè, ma se lei non torna io in quei 30 ml ci muoio, ci annego.