Tutta la maestosità e la ferocia di Turandot al Festival Puccini 2016

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TORRE DEL LAGO PUCCINI (di Chiara Bini) – Seconda replica ieri, sabato 30 luglio, per “Turandot” al Festival Puccini 2016. Una sola parola per descrivere questo spettacolo: maestoso. Tutto, dalla messa in scena all’esecuzione dei cantanti, è stato monumentale, ricco, sfarzoso, imponente, all’altezza della grandiosità di questa ultima opera del grande Maestro Giacomo Puccini.

Gli elementi che compongono una rappresentazione di questo genere sono molti e ciascuno concorre a creare l’effetto finale. Il lavoro svolto da tutto il cast per questa “Turandot”, la cui regia è di Enrico Stinchelli, è stato minuzioso, attento, rispettoso dell’originale, ma innovativo sotto ogni punto di vista. Un approccio umile ma deciso, come quello esercitato in primis dal direttore d’orchestra, il giovane e talentuoso Jacopo Sipari Di Pescasseroli, che abbiamo già avuto modo di incontrare nei giorni scorsi. Una direzione energica, la sua, un accompagnamento che non si limita alla forma, con una gestualità molto evidente che guida in ogni momento i Maestri dell’orchestra e le esecuzioni sul palcoscenico.

Un palcoscenico pieno, colmo di scene imponenti, quelle firmate da Ezio Frigerio. Un impianto impuntato di alte e possenti colonne, sormontate da coppe intagliate: le porte del palazzo di Turandot e le gradinate che conducono alla sua dimora sono gigantesche e inducono da subito lo spettatore a provare timore e rispetto verso la feroce principessa.

Turandot, impersonata magistralmente da Rebeka Lokar, si presenta ieratica e minacciosa dall’alto di terrazze e balconate. Da lassù scruta il suo popolo e lo sfida a ribellarsi. Una composizione scenografica che rimanda a Klimt: Turandot con il mento sollevato e gli occhi languidi, su uno sfondo di mosaici dorati, si presenta come una moderna Giuditta pronta ad accogliere il suo prossimo Oloferne. Un tocco di classe.

Notevoli le performance di tutti gli altri componenti del cast, a cominciare da Francesca Cappelletti (Liù), che ha strappato applausi a scena aperta in “Signore, ascolta!” e ha commosso il pubblico nel momento cruciale della propria morte. L’aria più attesa, ovviamente, era “Nessun dorma”: Rudy Park (Calaf) non poteva non attendere le aspettative e ha regalato un momento di intensa magia e profondo coinvolgimento.

Una nota anche sui costumi, realizzati da Franca Squarciapino: tanto ricchi, ricchissimi, sfarzosi gli abiti di Turandot e dei funzionari di corte, quanto carichi di rispettosa miseria quelli del coro. Le (numerose) scene di massa si sono caratterizzate per un forte impatto non solo musicale, ma anche visivo, grazie alle tonalità neutre dei colori della terra e all’uso di tessuti tecnici e materiali di riciclo, come plastica e nastro adesivo.

Una “Turandot” bella come non se ne vedeva da tempo. Pulita, semplice, lineare, ma che, allo stesso tempo, ha saputo cogliere e rappresentare ogni aspetto della monumentalità di questa opera.

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