Un President’s day dal sapore particolare

NEW YORK – ( di Eleonora Pieroni ) – Il terzo lunedi’ di febbraio negli States si festeggia il “President’s Day”, ossia il “Giorno dei Presidenti”, una festività originariamente nata per festeggiare il compleanno di George Washington, nato il 22 febbraio del 1732.

La denominazione ufficiale resta quella di Compleanno di Washington (Washington’s Birthday), ma il nome con cui è universalmente nota è appunto il  giorno dei Presidenti (Presidents’ Day). Inizialmente la celebrazione di questa festa prevedeva la chiusura pressochè totale degli esercizi commerciali, oltre che di tutti gli uffici federali del paese, ma a partire dagli anni ottanta, un numero sempre maggiore di imprese rimane aperta ed anzi molti negozianti, come ad esempio i concessionari d’automobili, in questa occasione praticano sconti particolari sulle merce in vendita.

Il risultato è che ben poco cambia nella vita della maggior parte dei cittadini americani. Diverso è l’impatto della festività sulle attività scolastiche, i giorni precedenti sono l’occasione per studiare la vita dei Presidenti, in particolare quella di Washington e Lincoln, mentre per la festa quasi tutte le scuole in questo giorno rimangono chiuse, a New York la chiusura dura per un’intera settimana, ribattezzata la “vacanza di mezzo inverno“.

Come dicevo la festa è nata per onorare George Washington, primo Presidente degli Stati Uniti, autentico Padre fondatore della Patria, l’unico finora ad essere stato eletto all’unanimità dal Collegio elettorale, un esempio assoluto di virtù morali e pubbliche, il primo custode dell’unità dello Stato e della sua forma repubblicana. Fu’ proprio Washington a rifiutare l’elezione ad un terzo trionfale mandato, con una “decisione” poi trasformatasi in legge con il XXII Emendamento, un esempio imprescindibile per tutti i successivi Presidenti e per tutti gli uomini di governo statunitensi. Washington che condusse alla vittoria le tredici colonie nordamericane contro la madrepatria inglese, guidando personalmente l’esercito nella Guerra d’Indipendenza (1775-1783). E’ proprio per questo che per gli americani, proprio da Washington in poi, la figura del Presidente è sacra, mitica, al limite della venerazione.

Fa un certo effetto, in una giornata come questa, ripensare al fatto che l’episodio dal quale scaturì la guerra d’indipendenza americana, la goccia che fece traboccare il vaso, altro non fu’ che una serie di dazi e misure protezionistiche (in particolare sul commercio del tè), imposte dalla Gran Bretagna alle colonie, dazi ai quali le colonie si ribellarono dichiarando la propria indipendenza, dazi recentemente tornati prepotentemente d’attualità nel dibattito politico Statunitense.

Oggi, in un’america che ancora non si è completamente ripresa da una campagna elettorale che ha visto il paese piu’ o meno diviso al 50%, in migliaia hanno colto l’occasione, per scendere in piazza contro le politiche di Trump e celebrare per la prima volta il “Not My Presidents Day”.

Con buona pace di George Washington migliaia di persone in tutti gli Stati Uniti sono scese in strada allo slogan di “Donald Trump non è il mio Presidente”. Le marce contro l’attuale inquilino della Casa Bianca si sono svolte nelle principali città degli Stati Uniti, da New York, fin sotto alla Trump Tower, a Los Angeles, Chicago e Atlanta. Un giorno storicamente di festa ed unità nazionale, si è trasformato quest’anno in un’occasione di protesta.

L’America però è un grande paese, con tradizioni importanti e salde, state pur certi che, come sempre, anche stavolta saprà trarre forza e ricchezza dalle proprie contraddizioni.

 

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