Vi presentiamo il Maestro Loriano Geri

Lo studio di Loriano Geri è piccolo, ma allo stesso tempo infinitamente grande, per le opere che contiene, per i quadri sistemati, catalogati con la cura di un certosino. In uno spazio così piccolo, quadrato, tutto è al suo posto, in ordine. Non solo quadri, ma anche cataloghi, colori, disegni. Alle pareti un disegno di Lorenzo Viani e più di uno del nipote musicista. Si entra e la prima cosa che si vede è il cavalletto dove Geri ha appoggiato un quadro grande. Rappresenta la nebbia, ma se si presta attenzione l’occhio scopre una luna nascosta nel cielo e gli alberi delle barche della Darsena di Viareggio. La dimensione dei quadri di Geri non potrebbe essere descritta che con le parole che il pittore stesso ha utilizzato per descriversi, per definire l’arte di Geri.

“La mia ricerca da diversi anni è ispirata da tre cose. Luce, spazio e silenzio. Subentra un fatto mentale e l’oggetto può anche essere astratto. Io mi definisco un iperrealista che trasfigura la realtà, che si avvicina al surrealismo metafisico”.

La prima mostra personale risale al 1950. Geri ha 15 anni. Quando ha iniziato a dipingere?

“Ho sempre dipinto. Quando ero piccolo facevo i colori. Compravo le polveri e poi con l’olio di lino le maceravo. Mi ricordo che il preside di una scuola mi fece fare una mostra al CRO, un locale della Darsena viareggina”.

Il mare, la Darsena, Viareggio. Cosa rappresentano per la sua pittura?

“Sono nato nel cuore di Viareggio, nel quartiere Darsena, in via Coppino, davanti ai cantieri navali. La Darsena per la mia pittura è una retrospezione. Un insieme di ricordi e di memorie sospese. Gli spazi e i silenzi che cerco di rappresentare sulla tela li ho vissuti nel dopoguerra fino agli anni ’60-’65. E’ come aver vissuto un periodo sulla luna. Ora mi ritrovo sulla terra, in un mondo arrogante. Tutto era una scoperta. C’era la voglia e il sapore della vita, anche se c’era molta povertà”.

Perché dipinge la luna?

“La luna perché sono un romantico”.
Alcuni critici hanno detto che Geri è malinconico.
“La malinconia… un’espressione di vivere anche quella. Ha il diritto di vivere anche chi non sorride”.
Cosa offriva e cosa offre Viareggio agli artisti?
“L’artista viareggino che ha vissuto o vive a Viareggio rimane troppo isolato dai grandi centri di arte e cultura. Non ci sono spazi espositivi. Anche da parte delle istituzioni mi sembra ci sia una certa indifferenza. Non si ha la possibilità di incontri con grandi artisti e l’occasione di assistere e partecipare a mostre di grande interesse”.

Le influenze pittoriche hanno condizionato la sua pittura?

“Non credo. Nel 1957 capii che la mia pittura era fortemente influenzata dalla pittura versiliese. Sentivo la necessità e il bisogno di liberarmene. Lasciai lentamente la tradizionale pittura versiliese e agli inizi del 1963 mi avvicinai alla pittura lombarda, alle esperienze del realismo espressionistico. Il mio racconto è un viaggio silenzioso dell’anima lungo percorsi di ricordi. Il linguaggio è cambiato, la visione iconografica e lo spirito hanno ora una radice esistenziale di solitudine, di silenzi e spazi più esasperati. Nel 1963 c’è anche l’esperienza versiliese. Insieme ad altri pittori si crea il Gruppo Versilia, ma dopo tre mostre nascono incomprensioni. Non c’era coesione tra gli artisti”.

Perché Milano?

“Come pensiero e visione sono vicino alla pittura lombarda. Andavo periodicamente a Milano negli anni ’63-’65. Frequentavo i pittori Martinelli, Banchieri, Luporini, Ferroni, Giannini, anche loro toscani, che in quel periodo vivevano a Milano. I pomeriggi ci incontravamo e spesso facevamo il giro delle gallerie d’arte. Era un periodo di ricerca più razionale”.

A Milano c’era la Nuova Figurazione.

“Un gruppo di giovani artisti, Ferroni, Luporini, Banchieri e altri, dopo le esperienze del realismo esistenziale, negli anni ’60 partecipano alla nascita della Nuova Figurazione. Un genere che nasce in mezzo a due movimenti, il realismo sociale e gli informali. È un nuovo modo di vedere le cose con gli occhi e l’anima liberi dalle vecchie abitudini. La realtà non ha immaginazione ma è l’artista che deve sviluppare la natura con la propria sensibilità”.

L’esperienza negli Stati Uniti?

“Sono stato invitato dalla Galleria Tornabuoni di Firenze a esporre negli Stati Uniti, in una collettiva itinerante in varie città. Una collettiva di pittori contemporanei italiani. Era il 1963”.

Come è oggi il mercato dell’arte rispetto a quegli anni?

“In quegli anni il mercato dell’arte era molto più fertile, erano gli anni del boom economico. Si vendeva molto. Da quando la lira è stata sostituita dall’euro il costo della vita è altamente aumentato, mentre il potere di acquisto è stato dimezzato. A risentirne è stato sopratutto il mercato dell’arte. La pittura nel mondo del consumismo è diventata un prodotto, le vendite spesso non rispondono ai valori veri. Se c’è un mercato. Spesso è un mercato di non meritocrazia. Con il denaro annulli le regole e gli equilibri”.

Nel 1976 smette di dipingere. Una pausa di 15 anni.

“Non sono neanche più entrato in una galleria. Poi una domenica mi rinnamoro e torno a dipingere. Ma non è stato facile riprendere, soprattutto ritrovare la mia tavolozza”.
Che ruolo ha avuto il figurativo? “La figura l’ho dipinta come fatto storico, epocale. Ho dipinto tra gli altri anche i Ragazzi del Jukebox, la LSD. E’ il periodo del bianco e nero”.

Come nascono i suoi quadri?

“Quando ricevo le emozioni le trattengo, le imprigiono a lungo termine. Studio le forme, il contenuto, l’ombra per capire la luce. Tutte esperienze per arrivare a fare quello che faccio”.

Come li realizza?

“Ho bisogno di preparare la tela con i colori, la tela bianca non mi piace. Il quadro lo realizzo sempre dal basso e spesso non lo disegno”.

Si è mai cimentato in altre forme d’arte?

“No, la scultura a volte non la capisco”.

I più grandi pittori del ‘900 secondo Loriano Geri.

“Picasso, Bacon, Rotcho, Pollock, Modigliani”.

Intervista di Antonella Criscuolo

Ecco alcune opere del Maestro:

Loriano Geri – Biografia ragionata, di Arturo Lini

Ci sono luoghi tanto pieni della propria storia che non sembrano avere occhi per altro, come se il tempo dovesse fermarsi a quei primi accadimenti e vedere in tutto quello che poi verrà solo una ripetizione, una riproposizione in altri abiti e pose, di qualcosa che già è stato: un futuro destinato a crescere e a vivere all’ombra di quei fatti passati. Loriano Geri nasce nel 1935 a Viareggio in uno di questi luoghi: nella darsena, la patria di Lorenzo Viani, allora pervasa e attraversata dalle storie e dai racconti di quella vita: la barberia di Fortunato Primo Puccini, la taverna del Prometeo, i personaggi che si muovevano in questo scenario tra gli ultimi anni dell’Ottocento e il nuovo secolo: dal poeta ligure Ceccardo Roccataglia Ceccardi all’anarchico Pietro Gori.
Ambiente, fisico e sociale che Umberto Sereni ha puntualmente ricostruito nel suo saggio Il sogno del ‘liberato mondo’ in Fra il Tirreno e le Apuane catalogo dell’omonima mostra tenuta in San Micheletto a Lucca nell’autunno 1990.

La sua prima gioventù interamente trascorre tra questi luoghi, e quelle memorie ancora fresche di fatti e personaggi che li avevano consegnati alla storia. Nei luoghi della darsena e della spiaggia viareggina, accesi dal fervore dei cantieri navali a cui si contrapponeva il silenzio della spiaggia, della marina, l’odore e il sapore della salsedine, i profumi della vegetazione, della macchia mediterranea. Già da piccolo, con le prime matite ricevute, amava disegnare e colorare, quindi si abitua all’uso degli acquerelli e delle tempere, finché un giorno, nel 1946, entra in una mesticheria dove compra delle polveri colorate che poi macina con olio di lino: da quel momento non lascerà più il colore ad olio.

Il suo darsi alla pittura è immediato, effervescente; i suoi primi passi nel desiderato mondo quasi contrastano con l’immagine dell’uomo che oggi conosciamo, ma bisogna calare quell’impressionante serie di mostre e appuntamenti espositivi, che poi seguiranno quei primi giovanili approcci, sia in un’età incline ai fervori e agli entusiasmi, sia in una realtà, sociale ed economica, allora profondamente diverse da oggi. Ci si avviava verso gli anni del primo boom economico, che investirà, seppur in maniera e proporzioni diverse, tutto quanto il territorio nazionale, e in particolar modo il litorale versiliese che stava diventando la regina tra le località turistiche italiane. Quando una mostra molto spesso si concludeva con un buon numero di quadri venduti, e la sua organizzazione con la relativa vendita di opere era condizione necessaria per poter rifornire lo studio del pittore di colori, tele, e gli altri strumenti necessari all’attività.
«In quegli anni il mercato dell’arte era molto più fertile, erano gli anni del boom economico. Si vendeva molto. Da quando la lira è stata sostituita dall’euro il costo della vita è altamente aumentato, mentre il potere di acquisto è stato dimezzato. A risentirne è stato anche il mercato dell’arte». Dirà lo stesso Geri in una intervista rilasciata ad Antonella Criscuolo nel 2004

Subito da giovane si avvicina all’ambiente pittorico, partecipa nei primi anni cinquanta alle evoluzioni del “Centro Versiliese delle Arti”, punto di incontro degli artisti locali, cominciando precocissimo la sua attività espositiva. Nel 1950 allestisce la prima personale a Viareggio, contemporaneamente colleziona esperienze in rassegne e collettive nazionali. Nel 1951 sono due le personali che lo vedono protagonista: presso la Galleria d’Arte Fratini, a Viareggio e presso la Saletta d’Arte Ciardelli in Pisa. Nel 1952 viene invitato alla “ Mostra di Pittura e Scultura” a Lucca; allestisce una personale a Viareggio e partecipa alla collettiva Bottega dei Vageri, sempre nella stessa città. Nel 1953 è presente alle “Olimpiadi Culturali della Gioventù” a Roma e al “Premio Nazionale Marzotto”. Nello stesso anno, ed ancora nella sua città natale, tiene una personale alla Galleria d’Arte Fratini, allora una dei più importanti spazi espositivi versiliesi, rimasta attiva fino ai primi anni sessanta.

Gli anni successivi mantengono quell’iniziale cadenza: tra le numerose frequentazioni di premi e rassegne che spesso lo vedono protagonista allestisce nel 1954 una personale alla Galleria Macarini in Lucca. In questo periodo ha l’opportunità di stringere rapporti con artisti quali Giovanni Marc, Farulli, Faraoni, Midollini, il pugliese Nicola Carrino. Sono nuove esperienze, contatti che pur nella loro frammentarietà si rivelano preziosi nella sua formazione pittorica, sempre filtrati all’interno di una personalità attenta e curiosa, in un confronto con maestri di varie estrazioni figurative che saranno origine e motivo di feconde indicazioni per i futuri percorsi della sua pittura.

Nel 1955 partecipa alla “Rassegna d’Arte Contemporanea in Toscana” svolta a Firenze, rassegna che si propone di portare l’attenzione sulle migliori proposte di pittura contemporanea, e al “Premio Nazionale Amedeo Modigliani” in Livorno. Sempre nello stesso anno viene premiato al quinto “Premio Nazionale del Disegno Diomira” a Milano.

Sempre scorrendo il lungo elenco delle manifestazioni alle quali Geri in quegli anni ha preso parte notiamo la sua presenza al “Premio Nazionale Marzotto” a Roma, ed alla rassegna “Artisti Toscani” a Lindau in Germania. Si distingue alla “à delle opere esposte; inoltre èà

Nel 1957 la sua figura artistica già si distingue fra i più promettenti giovani in ambito nazionale: è invitato al concorso nazionale “San Fedele” in Milano, e ad alcune qualificate esposizioni d’arte, fra cui la terza Mostra Nazionale “Amedeo Modigliani” in Livorno e il “Premio Forlì” al quale partecipa anche l’anno successivo. Allestisce una sua personale alla galleria “Bottega d’Arte” a Livorno.

Sono anni questi nei quali Geri lentamente comincia ad avvertire vincoli e limiti nella sua formazione pittorica, in gran parte riconducibili ad una tradizione pittorica che pur premiandolo negli esiti e riconoscimenti che in quei tempi riusciva a ottenere – come abbiamo potuto constatare nello scorrere delle sue molteplici attività di questo periodo – pure finiva per impedire e limitare i suoi impulsi e le sue motivazioni artistiche circoscrivendole ad un alfabeto che Geri avverte ormai inadeguato a contenere le proprie poetiche.

«Nel 1957 capii che la mia pittura era influenzata dalla scuola versiliese. Sentivo la necessità e il bisogno di liberarmi. Lasciai lentamente la tradizionale pittura versiliese e agli inizi del 1963 mi avvicinai alla pittura lombarda, alle esperienze del realismo espressionistico. Il mio racconto è un viaggio silenzioso dell’anima lungo percorsi di ricordi. Il linguaggio è cambiato, la visione iconografica e lo spirito hanno ora una radice esistenziale di solitudine, di silenzi e spazi più esasperati». Dirà poi nella già ricordata intervista con Antonella Criscuolo del 2004.

Comincia così ad allontanarsi dalla tradizione pittorica versiliese aprendosi nello stesso tempo alle esperienze del realismo espressionistico; trasponendo nella materia e nella composizione le silenziose darsene e le periferie urbane della Viareggio che abitava il suo cuore. Il sentimento, il dialogo, la spiritualità che si avvertono adesso nei suoi lavori colmi di angosciose solitudini si sostituiscono alla elaborazioni precedenti più asservite e funzionali alla piena composizione della scena pittorica.

Il 1958 è un periodo fertile, ricco di conseguenze per tanti aspetti della pittura versiliese degli anni successivi. Nasce infatti il gruppo conosciuto come “I pittori del bar Mori”. È lo stesso Geri a narrarci la sua origine:

«All’inizio del 1958 per una casualità, vengo a conoscere due fotografi, Norge Simonetti e Claudio Piacentini che frequentano il Bar Mori. I due amici, per conoscere meglio la tecnica della fotografia, prendono contatto con me per fotografare i quadri. Nasce subito un feeling. Presento Renato Santini e una domenica fotografano i nostri quadri. Da quell’incontro si comincia a frequentare il Bar Mori; fecero poi seguito altri pittori tra cui Altemura, Francesconi, Cosci, Vasco Giannini, Beconi, Passaglia, Corzani e molto spesso era presente anche Vinicio Berti. L’estate il gruppo dei pittori si faceva più numeroso per la presenza dei milanesi, Martinelli, Banchieri, Luporini, Ferroni, Giuseppe Giannini, Cazzaniga e altri. Nasce così il gruppo chiamato “I pittori del Bar Mori” che dura circa dieci anni. Nel 1960 si organizza una collettiva: Beconi, Francesconi, Altemura; Geri, Cosci, Passaglia. Gli altri pittori non aderiscono a questa collettiva che sarà chiamata “I sei del Gianni Schicchi».

Della natura di quest’ultimo sodalizio, e più ampiamente del senso di quella stagione, ci parla Paolo Emilio Antognoli in un suo scritto: Costellazione Minore. Identificazione di una storia dell’arte in Versilia apparso in Pittura e realtà 1900 – 1990. La figurazione a Viareggio nel panorama dell’arte italiana, catalogo dell’omonima mostra tenuta nell’estate 2008 a Villa Paolina, a Viareggio, nel quale, a sunto del suo pensiero su quel movimento nel quale Antognoli sottolinea una sorta di secessione anti-vianesca, viene riportato un breve scritto di Serafino Beconi relativo al “Gianni Schicchi”: «Per noi […] si trattava di affermare una specie di diritto all’esistenza artistica che sentivamo negato dal circolo dei pittori che avevano iniziato a operare al tempo di Viani. Per questi il riferimento a Viani valeva come investitura e da questa noi, quelli che eravamo venuti dopo, ci sentivamo esclusi. Inevitabile che finissimo col ripudiare Viani, solo così potevamo spezzare una catena che ci soffocava».

Sempre in quel 1958 la sua personale storia artistica proseguiva il proprio percorso fatto di esposizioni e riconoscimenti che lo vedono ai vertici di numerose manifestazioni: viene premiato alla ““è

In quell’anno allestisce inoltre due personali: alla Galleria d’Arte Sauro Pasquini in Lucca e alla Navicella a Viareggio. Il suo nome comincia ad estendersi oltre l’ambito locale, non dimenticando che Geri ha ora 23 anni e già un nutrito curriculum. Nel 1959 è invitato al “iennale di Roma.

Ora i vari influssi della pittura versiliese, i moduli che ebbero origine nel passato, sono alle sue spalle: la pittura di GerìaticitàGeri è il pittore di una generica malinconia urbana, che prende il posto del giudizio e della contemplazioneà avuto modo di sottolineare Raffaele De Grada in un più ampio giudizio espresso sulla sua pittura, nelle pagine del Contemporaneo del dicembre 1957, in occasione di una edizione del Premio Modigliani a Livorno.
Le rassegne a premio erano in quegli anni il leit-motiv che spronava all’attività i giovani pittori: da una rassegna regionale potevano derivare riconoscimenti e promozioni, tutto era regolato dalla selezione che imponeva la continuità dei migliori. Siamo agli anni sessanta: alla mostra “Sei Pittori al Gianni Schicchi” in Viareggio, alla partecipazione alla rassegna nazionale “Amedeo Modigliani” di Livorno. Inoltre prende parte alla mostra del “Gruppo dei Vageri” a Palazzo Grazioli in Roma.

Nel 1961 partecipa al “àù la realtà. Sente il valore e la forza del colore e la necessitàtista da il via ad un ciclo di opere rappresentanti paesaggi sardi, svolti in larghe campiture di colore scalato, ispirati ad un sostanzioso recupero di un ordine che è sensitivo racconto spaziale.

Nel 1962 la Galleria d’Arte Moderna di Lucca acquista una sua opera; la sua partecipazione a selezioni e premi di grande importanza è continua e assidua: come il ““
Nel 1963 viene chiamato ad esporre a Firenze nella “Saletta del Fiorino”, ed è invitato al “à italiane. Il gruppo èperò è di breve durata: i principi e le attese che avevano giustificato la nascita del gruppo si rivelarono discordi se non diametralmente opposti.

Dalla Galleria Tornabuoni di Firenze viene invitato ad una lunga tournée negli Stati Uniti, insieme a pittori contemporanei italiani, per una serie di mostre attraverso luoghi e città del mondo culturale e accademico statunitense.

Il 1964 è un anno centrale e importante del suo percorso artistico. Grazie all’amicizia con il pittore Giuseppe Martinelli, Geri si trasferisce a Milano attratto dalla possibilità di più ampi confronti e scenari ai suoi orizzonti pittorici. Inizia così per lui un nuovo momento creativo. L’ospitalità di Martinelli si rivela fruttifera e feconda; le disquisizioni teoriche, i comuni interessi umani e sociali, le nuove conoscenze artistiche sorte dalla frequentazione con i vari Banchieri, Luporini, Ferroni e il loro universo umano e pittorico – con i quali continuava ed approfondiva ora un’amicizia e un dialogo già iniziato negli anni precedenti in Versilia – ancora di più stimolano e ampliano il suo bagaglio creativo. «Con loro sentivo meglio espresso il mio mondo personale e pittorico: i soggetti della loro tela, quali le spiagge di Luporini, in quel loro portare l’attenzione non tanto sugli oggetti che le popolavano ma sulle orme, sui segni, sulla memoria di tutto quello che le aveva attraversate e abitate erano simili e vicini al mio modo di rapportarmi alla pittura» ricorda lo stesso Geri, tornando nella memoria a quegli incontri e quelle discussioni.

Milano diventa il centro di questa nuova ricerca che porterà a confronti e dibattiti per un comune indirizzo, i già menzionati pittori con gli altri protagonisti di quel movimento, quali Cappelli o Scapaticci, con i quali in serrati incontri e cenacoli, ai quali partecipa, quando presente a Milano lo stesso Geri, presso la trattoria Domenico in via Procaccini, aveva avuto origine la “Nuova Figurazione”, un’area autonoma sia dal realismo socialista che dalle poetiche dell’informale, allora estremi della ricerca pittorica in Italia.

Oltre questi motivi più propriamente dettati da un comune sentimento per la pittura, e che si risolvevano sul piano di rapporti umani e artistici, Geri stabilisce anche dei contatti che vanno a investire l’aspetto professionale, economico, dell’essere pittore. Arriva a programmare una mostra presso la Galleria Bergamini di Milano, che gli aprirebbe le porte all’entourage dello stesso gallerista quando l’improvvisa morte di quest’ultimo chiude quelle prospettive.

Negli anni successivi l’attività espositiva continua nel solito ritmo: dal secondo premio ottenuto al concorso “Giovanni Fattori” in Livorno alla personale presso la “Galleria del Forte” in Forte dei Marmi. Nel 1965 si aggiudica il “Bartalena” a Livorno. Nel 1967 allestisce due personali: una alla Galleria d’Arte 33 in Lucca, e una alla Bottega d’Arte la Versilia a Viareggio.
Con il 1968 Geri ritorna alle visioni delle sue darsene, ma il tutto filtrato dalle esperienze maturate nei contatti milanesi con il gruppo della “Nuova Figurazione” combinati agli echi e ai richiami di un nuovo iperrealismo. Vincitore del “ico A. Vallisneri a Lucca.

Gli anni a venire, gli consegnano una nutrita serie di premi, di riconoscimenti, di attestati, che pure non sortono a soddisfare le sue idee, il suo intimo desiderio. Una lunga pausa di riflessione porta Gerì ad allontanarsi per circa quindici anni dalla pratica della pittura. Un distacco netto e completo: non solo dalle proprie tele ma dall’intero ambiente che intorno a quel gesto, a quello stendere di colori e forme, vive ed esiste. Si allontana ricercandosi nella famiglia e nel lavoro, quasi un depurarsi da tossine morali, immergendosi in attività diverse. Una pausa silente e riflessiva, che ha imposto un’analisi delle sua creatività: un dibattito fra sé e sé, che forse ha comportato una sottile competizione fra le proprie personali istanze, ma che in fondo ci ha riconsegnato un artista spoglio di remore passate e ricostruito per nuove fruttifere stagioni.

Siamo all’anno 1991 e Geri torna ad approcciarsi con le tele, le sue darsene e le sue marine; un inizio forse stentato alla ricerca dell’ambiente, ma si riparte, nella stessa levità con la quale aveva abbandonato: “Una domenica mi alzo e torno nello studio, e comincio a dipingere cose che avevo lasciato”
Dal 1992 un nuovo taglio d’artista si offre al proscenio: incontri culturali ed inviti a importanti rassegne nazionali e internazionali. È presente alla collettiva “Artisti Versiliesi dal 900 ad oggi” all’Istituto Francese di Firenze e nel 1993 al Palazzo Lanfranchi in Pisa. Partecipa ad una collettiva itinerante curata dal critico Nicola Miceli, dal titolo “Valenze dell’ Immagine” che ha luogo a Villa Borbone in Viareggio, poi al Palazzo Ducale di Massa e al Palazzo Ducale di Lucca, e nel 1997 al Palazzo dei Priori a Volterra.

Nel 1999 è invitato alla rassegna “La Memoria Colorata” curata dal critico Paolo Fornaciari. Nel 2000 “Al di qua del Mare” mostra personale nel Chiostro di S. Agostino in Pietrasanta, con catalogo curato dal critico Giuseppe Cordoni. In questi anni le sue opere sono ospitate in spazi di valenza storica e culturale quali quello di Palazzo Pretorio a Volterra. Nel 2001 è alla Galleria d’Arte Contemporanea di Pavullo nel Frignano a Modena. Partecipa alla rassegna “Nel clima della contestazione: Inquietudini e impegni della pittura in Toscana” a cura di Nicola Micieli presso il centro espositivo di Villa Gori a Stiava, in cui espone tra l’altro in una successiva mostra “I Pittori del Bar Mori”.

Nel 2002 con la mostra “Al di qua del Mare” è a Venezia presso l’Istituto Romeno di Cultura a Palazzo Correr. Nel 2003 inizia una ulteriore serie di opere: quasi un’essenza estrema di una realtà, a lui assoluta, interpretata negli ultimi dieci anni di attività pittorica. Ultimamente è invitato alla rassegna d’Arte “L’Età delle Illusioni Mancate” a cura del critico Giuseppe Cordoni in Palazzo Mediceo a Seravezza, e a Ponte Ronca di Zola Predosa (BO) presso il Giardino della Cultura Europea.
Nello stesso anno allestisce una personale, curata dal critico Fabio Cristalli, intitolata “Il Silenzio Perduto” presso il Centro Espositivo di Villa Gori a Stiava. Nel 2008 è presente alla collettiva “Pittura e Realtà 1900-1990. La figurazione a Viareggio nel panorama dell’arte italiana” presso Palazzo Paolina Bonaparte a Viareggio a cura di Paolo Emilio Antognoli, Lodovico Gierut e Marcella Malfatti.

La madeleine di Proust

«Ed ecco, macchinalmente, oppresso dalla giornata grigia e dalla previsione d’un triste domani, portai alle labbra un cucchiaino di tè, in cui avevo inzuppato un pezzo di madeleine. Ma, nel momento stesso che quel sorso misto a briciole di focaccia toccò il mio palato, trasalii, attento a quanto avveniva in me di straordinario. Un piacere delizioso m’aveva invaso, isolato, senza nozione della sua causa. M’aveva reso indifferenti le vicissitudini della vita, le sue calamità, la sua brevità illusoria, nel modo stesso che agisce l’amore, colmandomi d’un’essenza preziosa: o meglio quest’essenza non era in me, era me stesso. Avevo cessato di sentirmi mediocre, contingente, mortale. Donde m’era potuta venire quella gioia violenta? Sentivo ch’era legata al sapore del tè e della focaccia, ma la sorpassava incommensurabilmente, non doveva essere della stessa natura. Donde veniva? Che significava? Dove afferrarla?»

È questo l’inizio, forse sarebbe più preciso dire l’attacco vista la musicalità dell’incedere, di un famoso brano di Proust, inserito nella sua Recherche, nel primo libro Dalla parte di Swann, nel quale dietro quel sapore di un biscotto che tocca il palato magicamente s’apre il mondo del passato, che quel sapore ha la capacità di far rivivere, risvegliando in lui i ricordi della sua infanzia.
Credo che la pittura di Loriano Geri abbia uno stesso fine: una specie di sinestesia dove lo spazio vuoto delle sue tele, cioè di un elemento visivo, voglia richiamare qualcosa che appartiene a tutt’altro senso, cioè quel silenzio che gli era strada per arrivare al cuore delle cose e degli eventi. Ricollocando gli scarni oggetti che abitano le sue composizioni in un tempo cronologicamente diverso e lontano sia da quello in cui gli apparvero sia da quello che adesso realmente li ospita: un tempo che abita la sua memoria, vissuto nell’età adolescenziale, negli incanti che questa lascia nel fondo dell’anima, e che solo un’immagine, posta con gli strumenti della pittura in una scena oltre lo scorrere del tempo, e quindi metafisica, può ora rendere, per quel miracolo che l’arte può compiere, ancora vivo e palpabile.

«Gli spazi e i silenzi che cerco di rappresentare sulla tela li ho vissuti nel dopoguerra fino agli anni ’60-’65. È come aver vissuto un periodo sulla luna. Ora mi ritrovo sulla terra, in un mondo arrogante. Tutto era una scoperta». In queste parole si può ricapitolare il senso del percorso artistico di Loriano Geri, come lo stesso Dino Carlesi già indica nel titolo del suo esaustivo saggio La pittura del silenzio.

Per ritrovare le silenziose atmosfere e i sapori che avvolgevano la sua gioventù e farli rivivere nella sensibilità di un tempo presente Loriano Geri ha seguito una propria vocazione, cercando il linguaggio pittorico più idoneo, allontanandosi da un ambiente e una tradizione pittorica, quella versiliese, che, seppur valida e per altri esiti ancora feconda, era a lui e alla sua anima inadatta ad esprimere quel mondo che dentro sé portava. In questo contesto anche la pausa dei quindici anni, quel lungo ininterrotto silenzio, prende un accenno del tutto diverso dalla semplice interruzione di un’attività; e pur nelle contingenze e motivi che la favorirono, ci appare quasi un’urgenza del suo animo: il bisogno di ritrovare il punto di partenza, l’origine e il motivo del suo essere artista.

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