Voglio conoscerti

(di Claudia Castellucci) – ‘L’ignoranza è come un delicato frutto esotico. Basta toccarlo, e ne viene meno la freschezza.’

Ricordo la prima volta che lessi questa frase, nel dialogo tra Jack e Lady Bracknell in “L’importanza di chiamarsi Ernesto” di Oscar Wilde. Ero tra i banchi di scuola, alle spalle di Martina Baldini e al suo profumo di pane e Nutella. Avete presente la farina bianca che rimane sulla crosta del pane croccante? Ecco, mi immaginavo se la passasse sul corpo come fosse borotalco.

A 18 anni è tutto da scoprire, ci si copre solo le orecchie per non sentire gli ordini e gli occhi per non vedere i limiti. La noia, l’abitudine, sono solo mostri da grandi di cui la più fedele rappresentazione sta nella sveglia alle 7.00 e nei compiti al pomeriggio. Chissà cosa avrebbe pensato la mia versione teenager, come avrebbe argomentato che l’amore per me abbia una scadenza e che coincida con le parole ben scandite “è finita”. 

Che cos’è che finisce? La voglia, la farina sul pane, la benzina? Quand’è che avevo iniziato a vedere limiti dove prima c’erano solo orizzonti di possibilità? 

Quel 24 luglio al concerto non smettevo di guardarla. Era davanti a me come la Baldini al liceo, ma profumava di Corona e limone. Si era girata solo un paio di volte ma l’avevo notata già alle code di ingresso. Non sapevo nulla di lei se non che fosse stonata. E troppo bella per capitarti davanti a un concerto senza sentirti in dovere di ringraziare il karma in qualche modo. Avevo voglia di conoscerla, così tanto che finsi per un attimo di non amare i frutti esotici e di poter raggirare l’incantesimo che rende perfetto solo ciò che non si conosce. Come una legge che è sempre vera tranne quando tocca te, una profezia che sbaglia incredibilmente i pronostici, quella sera pensai che niente si sarebbe rovinato toccandolo. Che la freschezza l’avrei trovata in lei, anche se c’erano 30 gradi fuori.