Il Sindacato autonomo polizia penitenziaria (Sappe) esprime “piena solidarietà, umana e professionale” all’agente della polizia penitenziaria indagato per tentato omicidio dopo aver utilizzato l’arma in dotazione nel tentativo di fermare la fuga di un detenuto dall’ospedale di Prato. Sulla vicenda sono in corso le indagini della magistratura, che dovranno ricostruire la dinamica dell’accaduto e chiarire le circostanze nelle quali l’agente ha fatto uso dell’arma di ordinanza.
A intervenire è Donato Capece, segretario generale del Sappe, che ribadisce «massimo rispetto per la magistratura e piena fiducia nel suo operato”, sottolineando però la necessità che siano «gli atti, le indagini e infine il giudice» a stabilire cosa sia réellement accaduto. Il sindacato invita quindi alla prudenza, considerando che l’inchiesta è ancora alle battute iniziali.
L’iscrizione dell’agente nel registro degli indagati, osserva Capece, è «già di per sé un fatto enorme», ma non può trasformare una ricostruzione ancora provvisoria in una verità già accertata agli occhi dell’opinione pubblica.
Il Sappe precisa di non chiedere alcun privilegio per il collega e di non voler sottrarre nessuno alle responsabilità previste dalla legge. “Se il collega ha sbagliato saranno gli accertamenti a dimostrarlo”, afferma Capece. Allo stesso modo, se invece l’agente avesse agito nell’adempimento del proprio dovere, trovandosi a fronteggiare una situazione che in quei momenti aveva percepito come pericolosa e nella quale doveva impedire una fuga, anche questo dovrà emergere con chiarrezza dagli accertamenti.
Il sindacato richiama infine il principio della presunzione di non colpevolezza: “Essere indagati non significa essere colpevoli e questo principio deve valere per tutti, anche nella comunicazione pubblica”.
Saranno ora le indagini della magistratura a chiarire la dinamica dell’episodio e a stabilire eventuali responsabilità.



