Il 4 novembre 1966 Grosseto si ritrovò sommersa dall’acqua, isolata e senza servizi essenziali. A sessant’anni da quella tragedia, le immagini dell’Archivio Fratelli Gori riportano alla luce i giorni dell’alluvione e la risposta di una comunità che, tra soccorsi difficili e case devastate, si mobilitò per rialzarsi. La mostra fotografica sarà inaugurata sabato 7 novembre alle 17 al Museo archeologico e d’arte della Maremma, dove resterà fino al 31 dicembre 2026.
L’esposizione ripercorre una delle pagine più drammatiche della storia cittadina attraverso gli scatti conservati dall’Archivio Fratelli Gori. “La mostra è l’occasione per tornare al 4 novembre 1966, giorno dell’alluvione a Grosseto e per scoprire non solo l’entità dei danni che colpirono la città, ma la forza e la resilienza di un’intera comunità: delle istituzioni che non fecero mancare il loro supporto, dei Vigili del Fuoco e della Croce Rossa che seppero portare aiuto e conforto e dei cittadini comuni che per primi si presero cura della propria città” dichiarano il sindaco Antonfrancesco Vivarelli Colonna e l’assessore alla Cultura Luca Agresti.
A curare la mostra è Maria Enrica Monaco Gori, vicepresidente dell’Archivio Fotografico Fratelli Gori, da anni impegnata nella valorizzazione del patrimonio documentario. “Le fotografie dell’Archivio Fratelli Gori – dichiara Maria Enrica – ci permettono di fare un viaggio nel tempo, non solo per rivivere una delle pagine più dure della nostra storia, ma anche per celebrare il coraggio, la resilienza e il senso di comunità che permisero a Grosseto di rinascere dal fango”.
Il 4 novembre di sessant’anni fa l’alluvione provocò la morte del buttero Santi Quadalti e danni enormi. Oltre 20mila ettari di campagna maremmana finirono sott’acqua e circa 1.500 famiglie rimasero senza casa. La città, amministrata allora dal sindaco Renato Pollini, era completamente isolata, senza acqua potabile né energia elettrica. Gli elicotteri si alzarono in volo per raggiungere le persone rimaste sui tetti, mentre la Croce Rossa prestò assistenza alla popolazione. Le mura storiche diventarono un riparo per i cittadini e un punto di osservazione sul vasto specchio d’acqua che aveva inghiottito strade e campagne. Molti grossetani vi portarono anche le proprie automobili per metterle al sicuro.
Nei giorni successivi, superato lo smarrimento iniziale, furono gli stessi cittadini a rimboccarsi le maniche, armati di secchi, scope e pale, per liberare la città dal fango e ripristinare condizioni di normalità. I primi soccorsi organizzati e i volontari arrivarono il 9 novembre, cinque giorni dopo l’alluvione. Il 13 novembre giunse il rappresentante del Papa, accompagnato da don Franco Cencioni, per portare conforto nelle campagne. Il 20 novembre l’ex ministro della Real Casa Falcone Lucifero distribuì generi di prima necessità.
L’emergenza, però, non era finita. Il 24 novembre nuove e intense piogge riportarono la paura tra la popolazione. A un mese dal disastro la situazione restava critica. Una vicenda che, anche per la minore attenzione riservata dalla cronaca nazionale rispetto alla tragedia di Firenze, rimase a lungo in secondo piano e passò alla storia come “l’alluvione della povera gente”.
La mostra al Maam intende restituire spazio a questa memoria, mettendo al centro non soltanto la devastazione, ma le persone che la attraversarono. “Il Museo – specifica il direttore scientifico Luca Giannini – non si limita a raccogliere oggetti, come qualcuno potrebbe pensare, ma espone storie di comunità e di persone vissute molti secoli fa. La mostra rientra proprio in questo ambito perché, attraverso immagini uniche, ci racconta non solo l’evento catastrofico dell’alluvione del 1966, ma la comunità che la subì e che seppe affrontarla. Il mio ringraziamento più sentito va all’Archivio Fratelli Gori per l’incredibile e incessante lavoro di conservazione e divulgazione del prezioso materiale fotografico custodito dall’ Archivio e per la sensibilità di aver pensato al MAAM come luogo per questa mostra”.



