La Procura di Firenze ha chiesto il rinvio a giudizio per cinque persone e tre società nell’ambito dell’inchiesta sul crollo avvenuto il 16 febbraio 2024 nel cantiere del supermercato Esselunga di via Mariti, a Firenze, dove persero la vita cinque operai e altri tre rimasero gravemente feriti. L’udienza preliminare davanti al giudice per l’udienza preliminare è fissata per il 17 dicembre.
La tragedia aveva scosso profondamente la città e riacceso il dibattito sulla sicurezza nei cantieri edili. Le vittime furono Bouzekri Rahimi, 56 anni, Luigi Coclite, 59 anni, Mohamed Toukabri, 53 anni, Mohammed El Farhane, 23 anni, e Taoufik Haidar, 42 anni.
Tra gli operai morti c’era anche Mohamed Toukabri, che viveva a Genova, nel quartiere di Sampierdarena, insieme alla compagna e ai due figli, assistiti dall’avvocato Daniele Pomata. La sua storia ricorda come le conseguenze del disastro abbiano colpito famiglie e comunità anche al di fuori della Toscana.
Secondo l’ipotesi accusatoria ricostruita dagli inquirenti, all’origine del crollo ci sarebbe stato il cedimento di una trave prefabbricata, che non sarebbe stata in grado di sostenere i carichi previsti. Tra le possibili cause vengono indicati errori di calcolo e una quantità insufficiente di armatura in acciaio.
Gli investigatori contestano inoltre presunte carenze nella progettazione dei prefabbricati, che sarebbe stata portata avanti in tempi troppo ristretti e senza adeguate verifiche sui carichi e sulle armature. Sotto esame anche i controlli sulla conformità delle travi e sulla documentazione tecnica.
Le contestazioni formulate dalla Procura comprendono, secondo quanto riportato, crollo doloso, omicidio colposo plurimo, lesioni personali gravi e violazioni delle norme sulla sicurezza sul lavoro. Per gli inquirenti, le presunte carenze avrebbero favorito il contenimento dei costi e l’accelerazione dei tempi di progettazione e realizzazione.
Le accuse dovranno essere esaminate nell’ambito del procedimento giudiziario e le responsabilità individuali dovranno essere accertate nelle sedi competenti. La richiesta di rinvio a giudizio rappresenta infatti una fase dell’iter processuale e non equivale a una condanna.



