La Toscana propone al governo un nuovo modello organizzativo per riorganizzare i punti nascita, con l’obiettivo di ridimensionare la rete senza lasciare sguarniti i territori. Una strategia che dovrà tenere conto del calo delle nascite, ma anche della necessità di garantire servizi sanitari sicuri ed efficienti.
A fare il punto è stata l’assessora regionale alla Salute, Monia Monni, a margine di una visita al dipartimento maternità dell’Aou di Careggi, a Firenze.
«Il trend della natalità è impietoso ed è sostanzialmente lo stesso in tutto il Paese», ha dichiarato Monni. Già oggi, ha spiegato, ci sono punti nascita al di sotto della soglia prevista, come quello dell’ospedale Le Scotte di Siena. Una situazione che, alla luce dell’andamento demografico, è destinata a coinvolgere progressivamente anche altre strutture.
La riorganizzazione del sistema sanitario, tuttavia, non riguarderà soltanto i punti nascita. «Il tema non sono solo i punti nascita, ma, per esempio, tutta la rete chirurgica», ha precisato l’assessora.
La Regione sta portando avanti un percorso di partecipazione che coinvolge anche i professionisti del settore, con l’obiettivo di ripensare l’organizzazione degli ospedali. «Non possiamo più permetterci duplicati o ospedali che fanno lo stesso mestiere o garantire la vita di ospedali che hanno numeri molto bassi e che spesso fanno interventi sotto soglia, non soltanto nei punti nascita», ha affermato Monni.
Il modello a cui guarda la Toscana è quello già previsto per le Case della comunità, organizzate secondo il sistema hub e spoke. L’obiettivo è concentrare le prestazioni ad alta complessità negli ospedali principali e indirizzare i flussi relativi alla bassa e media complessità verso le strutture più piccole.
Una riorganizzazione che, nelle intenzioni della Regione, dovrebbe permettere di rafforzare le eccellenze e le specialità sanitarie, garantire attività anche agli ospedali minori e, soprattutto, assicurare la massima sicurezza ai pazienti. La sfida sarà quindi trovare un equilibrio tra l’efficienza della rete ospedaliera e la necessità di mantenere servizi sanitari accessibili anche nei territori più periferici.



