Il documento, datato 31 maggio 1826 e indirizzato all’editore Stella, è stato rintracciato a Colonia da Lucrezia Arianna. Contiene la celebre dichiarazione del poeta in difesa dell’unità delle “Operette morali”. In passato era appartenuto anche ad Arturo Toscanini.
Un eccezionale ritrovamento restituisce alla filologia italiana e alla ricerca internazionale un prezioso tassello della biografia e della storia editoriale di Giacomo Leopardi. Una lettera autografa del poeta di Recanati, che le più recenti edizioni dell’epistolario consideravano ormai dispersa, è stata rintracciata in Germania presso la Dr Speck Literaturstiftung di Colonia.
A compiere l’importante scoperta è stata Lucrezia Arianna, allieva del corso di perfezionamento in Italianistica e filologia moderna della Scuola Normale Superiore di Pisa. La ricercatrice si trovava in Germania per studiare il fondo di manoscritti e incunaboli petrarcheschi conservato dalla fondazione.
La missiva leopardiana era custodita all’interno delle collezioni dell’istituzione tedesca, ma non risultava adeguatamente catalogata né studiata, rimanendo di fatto del tutto invisibile alla comunità scientifica fino a questo momento.
La lettera, datata Bologna 31 maggio 1826, è indirizzata all’editore milanese Antonio Fortunato Stella. Il testo era già parzialmente noto agli studiosi per via di trascrizioni storiche.
Rispondendo a Stella, che gli aveva proposto di anticipare e pubblicare alcuni brani dell’opera all’interno di una rivista dell’epoca, il poeta si oppose con assoluta fermezza all’idea di una diffusione frammentaria del suo lavoro.
Leopardi spiegava che la parcellizzazione era un destino da riservare alle “opere di un momento, e fatte per durare altrettanto”, rivendicando così il valore organico e duraturo del suo capolavoro. Lo scritto testimonia dunque un passaggio cruciale nella tormentata storia editoriale della letteratura italiana.
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