PRATO – La sentenza è arrivata nel pomeriggio del 18 novembre: il tecnico manutentore imputato per la morte di Luana D’Orazio, la giovane operaia di Montemurlo deceduta in fabbrica nel maggio 2021, è stato assolto. Una decisione che ha lasciato attonita e amareggiata la madre della ragazza, Emma Marrazzo, che all’uscita dall’aula non ha nascosto la propria indignazione.
Luana aveva solo 22 anni quando rimase schiacciata dall’orditoio dell’Orditura srl, l’azienda di via Garigliano dove lavorava per garantire un futuro al figlio, allora di appena cinque anni e mezzo. Il macchinario, poi finito al centro dell’inchiesta, l’aveva risucchiata senza lasciarle scampo.
Per il tecnico responsabile della manutenzione, l’accusa aveva chiesto una condanna a due anni e otto mesi, sostenendo che anche lui avesse responsabilità nella rimozione delle cautele di sicurezza. Ma il giudice ha riconosciuto la sua innocenza, accogliendo la linea difensiva portata avanti dall’avvocata Melissa Stefanacci: l’uomo ha sempre negato qualunque intervento illecito sul macchinario e ribadito di non aver mai manomesso l’orditoio.

Un verdetto che per la madre della vittima rappresenta l’ennesima ferita. “Me l’aspettavo, dopo come è andata la prima volta. Non è giusto,” ha dichiarato con voce spezzata. “Mia figlia è stata definita un ‘evento’. Quale giustizia è questa? La legge non è uguale per tutti.” Parole dure, cariche di dolore e frustrazione.
Nel procedimento principale, i titolari dell’azienda – Luana Coppini e Daniele Faggi – avevano già patteggiato rispettivamente due anni e un anno e mezzo per omicidio colposo e per la rimozione dei dispositivi di sicurezza. Secondo quanto emerso dalle indagini, l’orditoio era stato modificato per lavorare a una velocità maggiore, incrementando la produttività ma sacrificando le misure di protezione. Proprio su questo punto si concentrano le critiche della madre, convinta che la responsabilità fosse più ampia: “Non ce l’ho con il manutentore, ma andavano indagati tutti. E la fabbrica? Mai sequestrata, come se nulla fosse successo. Sotto tre metri di terra c’è Luana, e ci hanno giocato tutti.”
La donna si è rivolta anche al ministro della Giustizia, Carlo Nordio, chiedendo spiegazioni sui tempi del processo: “Sono passati anni prima di arrivare qui. Mia figlia simbolo di che? Dell’ingiustizia.”
Il caso, già simbolo della battaglia per la sicurezza sul lavoro, torna così a scuotere l’opinione pubblica. E il ricordo di Luana continua a interrogare un Paese dove gli incidenti mortali in fabbrica restano una piaga ancora lontana dall’essere sanata.



